Potrebbe superare il migliaio di persone il numero dei dispersi in mare durante il passaggio del ciclone Harry nel Mediterraneo centrale. Una tragedia di proporzioni potenzialmente senza precedenti negli ultimi anni, che emerge oggi grazie alle testimonianze raccolte da Refugees in Libia e Tunisia e rilanciate da Mediterranea Saving Humans, mentre le autorità di Italia e Malta continuano a mantenere un silenzio che le organizzazioni definiscono “assordante”.
«Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia lungo la rotta del Mediterraneo centrale degli ultimi anni e i governi tacciono», denuncia Laura Marmorale, presidente di Mediterranea. A oggi, l’unico dato ufficiale disponibile risale al 24 gennaio: secondo i dispacci Inmarsat dell’MRCC di Roma, almeno 380 persone risultano disperse in mare. Otto i casi SAR segnalati, relativi a imbarcazioni partite da Sfax tra il 14 e il 21 gennaio, con a bordo complessivamente circa 380 tra uomini, donne e bambini. Nessuna di queste barche è mai stata localizzata, né risultano salvataggi confermati.
Le partenze sono avvenute durante condizioni meteorologiche estreme. Il ciclone Harry ha colpito la zona con onde superiori ai sette metri e venti oltre i 54 nodi, tra le peggiori condizioni marine registrate negli ultimi vent’anni. In quel contesto, le imbarcazioni non sono “semplicemente scomparse”: si sono perse in mare mentre attraversavano una rotta resa letale dalla tempesta, senza che venissero attivati interventi di soccorso adeguati.
A rompere il muro di silenzio è la testimonianza di Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone, unico sopravvissuto a uno dei naufragi. Salvato dopo oltre 24 ore in mare dalla nave mercantile Star, Konte racconta di essere partito da Sfax con circa 50 persone. L’imbarcazione si è capovolta; intorno a lui, in acqua, galleggiavano i corpi dei compagni di viaggio. Ha perso il fratello, la moglie del fratello, il nipote e almeno altre 47 persone. Dopo il salvataggio è stato consegnato alla Guardia costiera maltese.
Ma questo naufragio potrebbe essere solo uno dei tanti. Le testimonianze raccolte da Refugees tra le comunità migranti in Tunisia descrivono uno scenario molto più ampio e drammatico. A partire dal 15 gennaio, in seguito a rastrellamenti e distruzioni degli accampamenti informali attorno a Sfax da parte delle forze di sicurezza tunisine, e a un improvviso allentamento dei controlli sulle spiagge, numerosi convogli sono partiti da diversi punti della costa. Molti non hanno mai dato notizie.
Secondo le fonti, un solo trafficante avrebbe organizzato cinque convogli da 50-55 persone ciascuno. In alcune aree costiere – dal chilometro 19 al 21, dal chilometro 30 e fino al tratto tra il chilometro 33 e il 38 – sarebbero partite decine di imbarcazioni. Solo una ha raggiunto Lampedusa il 22 gennaio, con un morto a bordo e due gemelline di un anno disperse in mare. Le altre risultano scomparse. Alcuni sopravvissuti, rientrati a terra dopo aver assistito a naufragi, sono stati successivamente arrestati dalla polizia tunisina.
Continuano intanto ad emergere nuovi nomi di persone irreperibili: nessuna chiamata dalla Libia, nessuna traccia nei centri di detenzione, nessuna notizia dal deserto algerino. Il costo umano è devastante. Il dottor Ibrahim, medico e attivista che gestisce cliniche autorganizzate in Tunisia, ha cinque familiari dispersi. Anche un noto attivista nigeriano per i diritti umani risulta tra i desaparecidos del mare. Le autorità maltesi, nel frattempo, hanno recuperato decine di corpi.
Il 30 gennaio una donna senza vita è stata recuperata dalla nave Ocean Viking nella zona SAR maltese e sbarcata a Siracusa. Le informazioni restano frammentarie, ma un dato appare ormai evidente: la portata della tragedia supera di gran lunga quanto finora ammesso ufficialmente.
«Il silenzio e l’inazione di Malta e Italia sono agghiaccianti – conclude Marmorale –. Queste morti non devono essere nominate perché raccontano il fallimento delle politiche migratorie e degli accordi con Libia e Tunisia. Ma non smetteremo di chiedere verità e giustizia».