Con Chisciò & Panza, in scena al Teatro Elicantropo di Napoli, Rosalba Di Girolamo e Enzo Attanasio rimettono in cammino — o meglio, in ‘stasi dinamica’ — il mito di Don Chisciotte. Ma qui non c’è cavallo né mulini a vento: solo due figure che si muovono tra le macerie di un mondo smarrito, in uno spazio rarefatto, spoglio, sospeso tra cronaca e immaginazione.
La scrittura di Di Girolamo riesce nel difficile compito di attualizzare Cervantes senza tradirlo, fondendo l’iperbole cavalleresca con la lingua tagliente del presente. Le sue parole risuonano come un monito: “il punto, caro Panza, è ragionar su che armi usi”. In un tempo dominato da regnanti arroganti e retoriche di potere, lo spettacolo diventa un teatro della coscienza, una lente critica attraverso cui leggere la nostra epoca.
La relazione tra i due protagonisti, che parte da Cervantes ma evoca Estragon e Vladimir di Beckett, è la vera forza drammaturgica dello spettacolo. Chisciò e Panza non sono solo due personaggi, ma due polarità dell’umano: il sognatore e il pragmatico, la fede e la paura, la follia e la ragione. “Sempre fermi e sempre in movimento”, incarnano la condizione dell’uomo contemporaneo, intrappolato tra il desiderio di sognare e la necessità di sopravvivere.
L’uso di una lingua più asciutta, quasi scheggiata, restituisce un ritmo teatrale intimo, secco, meditativo. La regia amplifica il paradosso del viaggio immobile: pochi oggetti, luci fioche, corpi che si sfiorano e si respingono. Ogni gesto è pensato, ogni pausa diventa respiro di senso, ogni smorfia del viso un corredo necessario ed in questo Attanasio è un vero maestro. Le mille modulazioni di voce della Di Girolamo affollano la sala, imponendosi nel silenzio e aumentando il senso di movimento da fermi.
A calare i due protagonisti nella giusta atmosfera contribuiscono i costumi di Rosa Ferrara e il disegno luci di Angela Grimaldi. Mattia Tammaro come assistente alla regia e Nunzia Esposito creatrice del progetto fotografico completano il cast.
Nel monologo di Panza, divenuto governatore e ispirato al discorso di insediamento di Trump, emerge la denuncia più esplicita: un mondo in cui l’arte è ridotta a prodotto, la bellezza a consumo, la libertà a tempo di applauso. È qui che il teatro di Di Girolamo rivela la sua funzione più profonda: essere spazio di resistenza e di pace, roccaforte di libertà in un’epoca di conformismi e censure.
La Dulcidea che attende i due protagonisti non è un amore romantico, ma una utopia culturale, una “cultura di pace che accolga la forza delle differenze”. In essa si compie il senso del loro viaggio immobile: non la conquista, ma la conoscenza; non il potere, ma l’incontro.
“Chisciò & Panza” è dunque un atto poetico e politico, un teatro che interroga e consola, che osa sognare quando sognare sembra proibito. In tempi di paura, Di Girolamo e Attanasio ci ricordano che la vera cavalleria non è combattere, ma continuare a credere.