«Ogni odore racconta una storia. Alcune possono uccidere.» Muove da questa premessa, quasi tattile, L’arte del delitto di Letizia Triches (Newton Compton Editori), una narrazione dove il giallo classico si affranca dai soliti stilemi per farsi esperienza quasi sensoriale ed erudita. Il fulcro del romanzo risiede nella notevole capacità dell’autrice di fondere la storia dell’arte con la botanica, trasformando veleni e fragranze non in orpelli scenografici o banali espedienti narrative, ma nella sostanza viva del racconto.
Le radici dell’intreccio affondano nell’ottobre del 1995 quando la dodicenne Sandra Vento, sopravvissuta a una scossa elettrica, scopre di aver acquisito un olfatto prodigioso e quasi insostenibile, che solo la saggezza della nonna riuscirà a farle comprendere e domare. Vent’anni dopo ritroviamo Sandra a Torino nel ruolo di «naso», intenta a creare una nuova essenza e ospite dell’amico restauratore Tommaso. È l’inizio di una discesa negli ambienti patinati della città, abitati da figure tanto affascinanti quanto ambigue come la critica d’arte Vittoria Musso e suo marito, l’avvocato Ferraris. Quando una morte per avvelenamento durante una serata mondana infrange la superficie dorata dell’élite torinese, seguita a ruota da un secondo delitto, prende avvio un’indagine complessa che si avvita tra rivalità mai sopite, il passato che riaffiora, e soprattutto una fitta rete di falsi d’autore.
È proprio nell’esplorazione del mondo dei falsari, fenomeno d’attrazione e inganno di moda in tutte le epoche storiche, che l’opera tocca uno dei suoi vertici. Ogni dettaglio delle opere d’arte trattate nel volume è inserito con perizia nel contesto narrativo. Guidata dal suo dono e da un’istintiva capacità di decodificare ciò che gli altri non scorgono, Sandra si trova al centro di un mistero sorretto da un’ambientazione del giallo restituita in modo abilissimo: una Torino elegante ma oscura, dove la bellezza ‘profuma’ di inganno.
Notevole la resa dell’elemento umano. L’autrice compone un sapiente lavoro sui personaggi, strutturando un coro orchestrato con equilibrio: pur concedendo giusti momenti di protagonismo alla figura centrale di Sandra e ai personaggi principali come Tommaso, Vittoria, Flora, l’intero cast partecipa a comporre bene il quadro d’insieme, senza che alcuna voce risulti sfuocata o di contorno.
Se si vuole muovere una critica a questa costruzione così articolata, risiede, paradossalmente, nel suo stesso rigore: in alcuni momenti, sia le specifiche storico-artistiche sia le nozioni botaniche risultano perfino troppo precise e descritte nei minimi dettagli. Questa profusione di dati, se da un lato testimonia l’imponente lavoro di documentazione svolto dalla Triches, dall’altro rischia a tratti di frenare il ritmo della tensione poliziesca. Ciò però avviene solo in alcuni brevi momenti per il resto l’incastro tra tutti gli elementi risulta davvero gradevole per il lettore.
L’arte del delitto si rivela un romanzo denso e atmosferico, perfetto per chi cerca un enigma colto capace di ‘fiutare’ la verità dove gli altri vedono solo apparenza.