C’è stato un tempo in cui il caffè era democratico.
Non perché costasse poco in assoluto, ma perché costava abbastanza poco da poter essere offerto a tutti: a un amico, a un collega, a uno sconosciuto. Persino a qualcuno che ancora non conoscevi bene, ma che avevi deciso di conoscere davanti a una tazzina.
Pino Daniele lo aveva capito molto prima degli economisti, quando cantava: «E invece e c’aiutà, c’abboffano ‘e cafè».
Il caffè era quasi una risposta popolare alla fatica quotidiana. Una cosa piccola, accessibile, democratica.
Una tazzulella capace di rimettere insieme i pezzi della giornata.
Solo che oggi c’è un problema: pure il caffè sta diventando una cosa su cui bisogna pensarci due volte.
Secondo i dati Istat, tra il 2021 e la fine del 2025 il prezzo del caffè al consumo è cresciuto del 44%. E al bar, ormai, un espresso costa generalmente tra 1,20 e 1,40 euro. A Napoli, secondo i dati dell’Osservatorio Prezzi e Tariffe del Ministero delle Imprese e del Made in Italy elaborati da Altroconsumo, una tazzina costava 0,90 euro nel giugno 2021, è arrivata a 1,19 euro nel giugno 2025 e a 1,24 euro nel giugno 2026.
Detta così, sembrano soltanto 34 centesimi. Ma provate a moltiplicarli per tutte le volte che diciamo «ci prendiamo un caffè?» e improvvisamente quella tazzina comincia ad avere un peso diverso.
A Napoli il caffè non è mai stato soltanto caffè; perché qui il problema è che il caffè non è una semplice bevanda.
È un gesto sociale, è prossimità: «Andiamoci a prendere un caffè» può voler dire almeno una ventina di cose.
Può voler dire: dobbiamo chiarire una cosa.
Oppure: ti devo parlare.
Ancora: ti voglio offrire un lavoro.
Voglio conoscerti meglio.
Facciamo due inciuci.
Ti voglio corteggiare.
Abbiamo litigato, ma non abbastanza da non prendere un caffè.
E poi c’è il caffè che non si prende per sé.
Quello che si offre.
Quello che si lascia sospeso.
Quello che ti viene offerto quando entri al bar perchè paga chi era prima al bancone (Articolo 3 del galateo del caffè napoletano).
A Napoli il caffè è sempre stato una forma molto particolare di welfare spontaneo: costa poco, ma dice moltissimo. C’è poi una usanza tutta napoletana che racconta meglio di qualsiasi statistica quanto il caffè sia stato, per generazioni, una forma di presenza. Una volta, quando si andava a casa di qualcuno per una visita di lutto, era normale portare zucchero e caffè. Arrivava quel pacco incartato nei fogli bianchi, spesso con una semplicità disarmante. Non c’era nemmeno bisogno di aprirlo. Sapevi già cosa c’era dentro. Zucchero e caffè. Un regalo non costoso, ma pieno di significato. Una maniera concreta per dire: ci sono. Perché anche davanti al dolore, il caffè poteva fare quello che a Napoli gli si è sempre chiesto di fare: creare un momento di vicinanza, alleviare per qualche minuto il peso delle cose. Le visite di lutto, oggi, non solo sono più rare: sono anche cambiate. A Napoli, insieme al caffè e allo zucchero, c’è da sempre stata anche la mozzarella. Il caffè era il pensiero semplice, quello che potevano permettersi tutti. La mozzarella era l’upgrade. Arrivavi con il tuo bel chilo di mozzarella e, insomma, facevi la figura del signore. Oggi, invece, la gerarchia comincia quasi a rovesciarsi: quasi quasi per le condoglianze conviene portare la mozzarella (piccola nota tecnica dell’inflazione in salsa napoletana).
Ma perché il caffè costa sempre di più?
Naturalmente non è solo colpa del barista che una mattina si sveglia e decide di farci pagare il caffè come un piccolo investimento finanziario. Il problema comincia molto prima della tazzina. I consumi mondiali di caffè sono cresciuti e la produzione non sempre riesce a tenere lo stesso ritmo della domanda. Poi ci sono le condizioni climatiche nei grandi Paesi produttori, come Brasile e Vietnam, che possono incidere sui raccolti e quindi sulla disponibilità della materia prima. Quando il mercato teme che il caffè disponibile possa diminuire, le quotazioni internazionali possono salire. A rendere tutto ancora più complicato ci sono poi le dinamiche dei mercati finanziari, dove si prendono posizioni sulle prospettive future dei raccolti e dei prezzi. Insomma: noi vogliamo il caffè, il clima decide quanto caffè avremo, i mercati decidono quanto potrebbe costare e alla fine siamo noi, davanti al bancone, a pagare il conto.
Ma il costo del chicco è soltanto una parte della storia.
Prima di arrivare nella nostra tazzina, il caffè deve essere lavorato, trasportato e distribuito. E poi c’è il bar: affitto, personale, energia, attrezzature, macchine professionali, manutenzione e tutti gli altri costi necessari per tenere aperta un’attività. Quindi non è corretto pensare che l’aumento del prezzo del chicco si trasformi automaticamente nello stesso aumento del prezzo dell’espresso. Il problema, però, rimane.
La tazzina costa di più.
E quando a Napoli aumenta il prezzo del caffè, non aumenta soltanto il costo di una bevanda.
Perché non potete toccarci il caffè.
A Napoli il caffè è una delle poche cose che abbiamo trasformato quasi in un verbo sociale, in grammatica sentimentale.
Non diciamo soltanto «prendiamo un caffè».
Diciamo ci vediamo.
Diciamo parliamo.
Diciamo facciamo pace.
Diciamo litighiamo meglio.
Diciamo mi manchi.
Diciamo resta ancora un po’.
E allora forse è proprio questo che rende quei 34 centesimi più pesanti di quanto sembrino.
Perché se aumenta il prezzo di una bibita, aumenta il prezzo di una bibita.
Ma se aumenta il prezzo del caffè, a Napoli rischia di diventare più costoso anche un pezzo della nostra socialità.
E già ci hanno tolto tante cose: il tempo, le visite senza preavviso, le telefonate che duravano un’ora, le tavolate improvvisate, le porte sempre aperte.
Non ci togliete pure la tazzulella.
Perché possiamo pure discutere dell’inflazione, dei raccolti, del Brasile, del Vietnam e dei mercati internazionali.
Ma quando uno dice: «Andiamoci a prendere un caffè», non sta chiedendo una bevanda.
Sta chiedendo un momento insieme.
E quello, francamente, non ce lo dovete toccare.
E dai.
(Poi, un giorno, parleremo della dolorosa questione delle cialde al posto della moka. Ma questa è un’altra ferita.)