La morte di Gino Paoli chiude una delle pagine più intense e raffinate della canzone italiana.
Ma il suo addio non riguarda soltanto la storia della musica nazionale: riguarda anche Napoli, città con cui il cantautore genovese aveva costruito negli anni un legame profondo, autentico, quasi identitario.
Non è un caso che il Sindaco e l’amministrazione comunale abbiano voluto ricordarlo con parole cariche di affetto e riconoscenza, definendolo “un figlio adottivo” capace di interpretare “con rispetto e maestria il repertorio della canzone classica napoletana”. Un riconoscimento che non suona formale, ma che riflette una relazione coltivata nel tempo, fatta di scelte artistiche, collaborazioni e gesti concreti.
Paoli, infatti, non si è limitato ad amare Napoli da lontano. Già nel 1964 partecipò al Festival di Napoli, dimostrando un amore viscerale verso una tradizione musicale che avrebbe continuato a esplorare per tutta la vita. Bellissima “Angela”, la canzone scritta in napoletano dallo stesso Paoli nel 1965 (guarda il video).
Il suo rapporto con la città si è poi consolidato fino a diventare ufficiale nel 2014, quando gli fu conferita la cittadinanza onoraria, insieme alla medaglia d’oro della città. In quell’occasione, l’amministrazione sottolineò come potesse essere considerato “un napoletano verace”, non solo per la passione verso il dialetto e la canzone partenopea, ma anche per le numerose collaborazioni con musicisti locali e per il sostegno alle nuove realtà artistiche.
Tra i contributi più significativi, va ricordato l’impegno nella creazione di un’orchestra sinfonica formata da giovani dei Quartieri Spagnoli: un progetto che ha offerto opportunità concrete a ragazzi provenienti da un contesto difficile, dimostrando come la musica, per Paoli, fosse anche responsabilità sociale.
Il suo amore per Napoli ha trovato una delle espressioni più compiute nel 2013 con “Napoli con amore”, album realizzato insieme al pianista Danilo Rea. Un lavoro intimo, essenziale, costruito su voce e pianoforte, in cui Paoli ha reinterpretato alcuni dei grandi classici della tradizione napoletana, da “Te vojo bene assaje” a “‘O sole mio”. Più che un omaggio, quel disco è stato un dialogo con una cultura che sentiva profondamente affine.
Le sue parole, del resto, chiariscono meglio di ogni analisi il senso di questo legame: Napoli, diceva, è “un centro di grande creatività musicale”, capace di esprimere una poesia che vive non solo nei testi dei grandi autori, ma anche nel linguaggio quotidiano. “In un napoletano si riesce a cogliere la poetica anche quando urla per la strada”, osservava, riconoscendo in quella città una naturale inclinazione alla musicalità e alla parola poetica.
Oggi, nel giorno della sua scomparsa, Napoli lo saluta come uno dei suoi. Non per nascita, ma per scelta, sensibilità e visione artistica. Il legame tra Gino Paoli e la città resta una testimonianza rara di affinità elettiva: quella che nasce quando un artista riconosce in un luogo non solo una fonte d’ispirazione, ma una parte di sé.