L’intervista ad Alberto Ravagnani a BellaMa’ è una brutta pagina di televisione pubblica. Perché la vita sessuale di una persona non è un affare di Stato, né un’informazione dovuta al pubblico. E soprattutto perché tra fare giornalismo e fare pettegolezzo c’è una differenza enorme.
Cominciamo da una cosa semplice, che forse a Pierluigi Diaco è sfuggita: a noi non ce ne frega assolutamente niente di sapere con chi va a letto Alberto Ravagnani. Non è una questione di pudore, di moralismo o di imbarazzo.
È una questione di buon senso. La vita sessuale di un uomo, il suo orientamento, le sue eventuali esperienze intime appartengono alla sua sfera privata. E non diventano automaticamente di interesse pubblico solo perché quell’uomo ha deciso di partecipare a Ballando con le Stelle, ha scritto un libro o, in precedenza, ha indossato una tonaca.
E invece, nell’intervista andata in onda il 3 novembre a BellaMa’ su Rai 2, Pierluigi Diaco ha pensato bene di trasformare una conversazione televisiva in una sorta di interrogatorio da confessionale. Con tanto di domande dirette, insistenze e una pretesa di sincerità che, a un certo punto, ha assunto i contorni di una vera e propria invasione della privacy.
«Sei attratto dagli uomini o dalle donne?», ha chiesto a Ravagnani. E fin qui, volendo, siamo ancora nel territorio delle domande personali, alle quali un ospite può legittimamente decidere di rispondere oppure no. Il problema è arrivato dopo. Quando l’ex sacerdote ha manifestato il proprio disagio, ha spiegato di non voler mettere in piazza la propria intimità e ha persino chiesto se fosse possibile non rispondere, Diaco ha continuato a incalzarlo. «Hai il dovere di chiarirci un po’ le idee», gli ha detto. Come se esistesse un obbligo di rendicontazione sentimentale per chiunque finisca davanti a una telecamera.
Ecco, no. Non esiste.
Ravagnani ha provato a spiegarglielo con una pazienza che, francamente, meriterebbe un riconoscimento: «Non ho il dovere di mettere in pasto agli altri le vicende mie private». E ancora: «Mi stai mettendo in difficoltà portandomi su un terreno dove chiunque qui sarebbe in difficoltà». Parole semplici, educate, persino garbate rispetto all’insistenza di chi aveva davanti.
Ma evidentemente non bastavano.
Perché Diaco, a un certo punto, ha persino provato a stabilire una gerarchia dell’intimità, sostenendo che la scelta di lasciare il sacerdozio e venire meno all’impegno preso con Dio fosse qualcosa di più pubblico e meno privato della sessualità. Un ragionamento che meriterebbe una riflessione a parte, se non fosse che il problema principale è proprio il tentativo di stabilire dall’esterno quali pezzi della vita di una persona debbano essere consegnati alla curiosità degli altri.
E qui arriviamo al punto: Diaco non ha fatto il giornalista. Ha fatto la capera.
Per chi non conoscesse il termine, ‘a capera, da capa, testa in napoletano, è una figura storica della tradizione popolare partenopea. Nell’Ottocento era la parrucchiera che andava di casa in casa, dai bassi dei vicoli ai palazzi nobiliari, per pettinare le signore, sistemare trecce e fermagli. Ma il suo vero talento non stava nelle acconciature. Stava nelle chiacchiere. Passando da un’abitazione all’altra, raccoglieva confidenze, segreti, pettegolezzi. Chiedeva, ascoltava, inciuciava e poi portava tutto alla casa successiva. Una specie di agenzia di stampa del vicolo, con meno verifiche e molta più curiosità.
Ecco, Diaco in quella intervista ha fatto esattamente questo. Solo che non aveva in mano spilloni e bigodini, ma un microfono e una telecamera del servizio pubblico.
Una capera, però, delle peggiori specie. Una capera invadente e di cattivo gusto, che scambia la curiosità morbosa per approfondimento, l’insistenza per coraggio giornalistico e la violazione di un confine personale per una prova di sincerità.
Perché c’è una differenza enorme tra fare una domanda scomoda e pretendere una risposta. Il giornalista può chiedere, certo. Ma l’intervistato può non rispondere. E il lavoro del giornalista non consiste nel mettere qualcuno con le spalle al muro fino a strappargli una confessione, soprattutto quando non c’è alcun interesse pubblico che giustifichi quell’insistenza.
Non è soltanto una questione di educazione. È anche una questione deontologica. Il nuovo Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, in vigore dal 1° giugno 2025, all’articolo 5 richiama il principio di essenzialità e completezza dell’informazione e stabilisce che la sfera privata delle persone note va rispettata quando i dati non hanno rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica. L’articolo 9 disciplina inoltre il trattamento dei dati personali. Non significa che una domanda sulla sessualità sia sempre vietata: significa che deve esserci un interesse pubblico concreto e che la curiosità del pubblico, da sola, non basta a giustificarla. E in questa intervista, francamente, quell’interesse pubblico non si vede.
Ma c’è un’altra cosa che vale la pena sottolineare. La parte migliore di questa storia è proprio Alberto Ravagnani. Un giovane che, senza alzare la voce, senza scadere nell’aggressività e senza perdere la lucidità, ha spiegato in diretta una lezione che dovrebbe essere conosciuta da chiunque lavori davanti a un microfono: una persona non coincide con la propria sessualità. E soprattutto non è tenuta a consegnarla al pubblico per soddisfarne la curiosità.
Ravagnani ha dimostrato che si può essere fermi senza essere arroganti, rivendicare un diritto senza trasformare tutto in uno scontro e mettere un limite senza dover chiedere scusa. Ha ricordato a tutti che esiste una cosa chiamata dignità personale, che viene prima dello share e delle esigenze di spettacolo.
E allora il problema non è nemmeno che Diaco abbia fatto domande scomode. Il problema è aver continuato a farle quando l’interlocutore aveva chiaramente manifestato il proprio disagio. È aver confuso il diritto di fare una domanda con il presunto diritto di ottenere una risposta. È aver trasformato un’intervista in una specie di pornografia della notizia: non raccontare qualcosa che abbia un valore per la collettività, ma esporre l’intimità di qualcuno perché il pubblico possa curiosare dal buco della serratura.
E tutto questo accade nel pomeriggio di Rai 2. Sulla televisione pubblica. Quella che finanziamo anche attraverso il canone. Insomma, non soltanto ci tocca pagare per vedere la televisione, ma dobbiamo pure assistere a lezioni di giornalismo al contrario.
La speranza è che Diaco non senta il bisogno di giustificarsi, di spiegare le proprie intenzioni o di confezionare qualche difesa televisiva in nome della sincerità e della libertà di fare domande. Perché non sempre bisogna avere qualcosa da dire. A volte, soprattutto quando si è esagerato, la cosa più dignitosa da fare è tacere.
E magari, la prossima volta, lasciare il mestiere di capera a chi almeno sa fare le acconciature.