Un viaggio sobrio, rigoroso ed emozionante si snoda nel mondo di Luca De Filippo a Palazzo Scarpetta, sede della Fondazione De Filippo, con la mostra «I confini del mio mondo sono io», curata da Maria Procino e Serena Schioppa. L’esposizione schiva ogni rischio di ‘reliquario teatrale’ per restituire al pubblico la figura dell’artista napoletano con la stessa misura che portava sul palco, fatta di disciplina, asciuttezza e profondo rispetto per lo spettatore. Il titolo stesso non è una citazione di maniera, ma una vera e propria dichiarazione d’intenti estratta dal carteggio dell’attore. Come racconta la responsabile scientifica e curatrice della mostra Maria Procino, Luca scrisse quella frase a dei giovani detenuti per rappresentare i confini morali che tutti abbiamo di fronte alle difficoltà della vita, ricordando al contempo che più si coltivano cultura, forza e fantasia, più questi confini si allontanano fino a perdersi nell’universo. Attraverso la mostra si è voluto raccontare la sua generosità non solo intellettuale, soprattutto ai ragazzi che lo conoscono meno, testimoniando anche il suo impegno come direttore della scuola del Teatro Stabile, che avrebbe voluto aprire sempre più ai giovani segnati da disagi sociali.
L’allestimento si articola lungo un percorso espositivo pensato per unire il rigore filologico alla meraviglia visiva. Nelle prime due sale, dedicate a cinema, televisione e teatro, un viaggio cronologico e tematico ripercorre la carriera di Luca De Filippo a partire dal suo esordio nel 1955 in Miseria e Nobiltà, attraverso teche ricche di programmi di sala, fotografie, documenti d’archivio e approfondimenti. La terza sala rompe invece il criterio cronologico per creare un’atmosfera da vera e propria wunderkammer immersiva. Come spiega la co-curatrice Serena Schioppa, l’idea era far sì che lo spettatore potesse perdersi e stupirsi al di là del dato anagrafico, riconoscendo liberamente gli oggetti di scena originali delle varie commedie.
Il materiale esposto, proveniente dagli archivi di famiglia, degli eredi e da vari prestatori privati, include pezzi storici del teatro italiano restaurati per l’occasione. Tra questi spiccano le sedie e la poltrona create da Maccari per Gli esami non finiscono mai, i cesti di ortaggi dell’esordio della Compagnia di Luca De Filippo nel 1981 con La donna è mobile, la poltrona rossa di Filumena Marturano e il capretto disegnato da Enrico Job per Le voci di dentro. Non mancano poi i costumi storici, dal Pulcinella al Luciano Marino di Cani e gatti, fino alla giacca usata per cantare Eduardo in Penzieri mieje.
Oltre alla grande tradizione di famiglia, la mostra documenta le incursioni di Luca De Filippo in autori distanti dal canone eduardiano come Pinter, Beckett, Molière, Shakespeare, Santanelli e Cerami. Lungo l’itinerario, le installazioni video restituiscono la voce diretta dell’artista che definiva il palcoscenico come il luogo dell’attesa e del riposo, della gioia e della disperazione, la sua casa e la sua galera. Un patrimonio ideale e materiale talmente ricco da spingere la curatrice Maria Procino a lanciare un’idea per il futuro, ricordando quanto lavoro corale vi sia stato dietro e suggerendo alla famiglia che il materiale riscoperto potrebbe diventare la base per la realizzazione di un vero e proprio documentario.