Può un testo ambientato nel secondo dopoguerra parlare al nostro presente con la forza di un’inchiesta etica bruciante? La risposta è sì, ed è emersa con chiarezza al Maschio Angioino, dove ha debuttato in prima nazionale I sequestrati di Altona di Jean-Paul Sartre, per la regia di Riccardo De Luca, nell’ambito dell’Estate a Napoli 2026 – «Teatro e danza al Castello», iniziativa promossa e finanziata dal Comune di Napoli. In scena Riccardo Festa, Annalisa Renzulli, Riccardo De Luca, Salvatore Veneruso, Serena Cino e Michele Romano, interpreti di un cast affiatato e di notevole qualità.
La vera intuizione di De Luca sta nell’aver trasformato il castello napoletano nella dimora della ricca famiglia industriale tedesca dei Gerlach. Fin dall’ingresso, il pubblico non è semplice spettatore: Albrecht von Gerlach lo accoglie dichiarando che il Maschio Angioino è diventato il castello della famiglia e che tutti sono, da quel momento, “sequestrati” insieme ai personaggi. Un espediente efficace, che annulla la distanza tra scena e platea e chiama direttamente lo spettatore a confrontarsi con i temi della vicenda.
Al centro c’è Franz von Gerlach, ex ufficiale della Wehrmacht recluso nella torre del castello, convinto che la guerra non sia mai finita. Riccardo Festa gli dà corpo con una prova intensa, restituendo la follia e il tormento di un uomo devastato dai propri crimini. Particolarmente felice è la scelta registica che accompagna il suo ingresso in scena: la sua apparizione diventa un momento di autentica bellezza teatrale, di forte impatto. Festa sembra emergere direttamente dalla propria prigionia, imponendo fin da subito la frattura psicologica del personaggio.
Accanto a lui brilla Annalisa Renzulli nel ruolo di Johanna. La sua ottima interpretazione fa della cognata di Franz la figura che rompe il sistema di omissioni e menzogne della famiglia. È lei a portare sulla scena quella fame di verità che finirà per costringere Franz a confrontarsi con il proprio passato.
Ma il valore dello spettacolo risiede anche nella compattezza dell’intero ensemble. Riccardo De Luca, Salvatore Veneruso, Serena Cino e Michele Romano affrontano i rispettivi personaggi con misura, presenza scenica e indiscusse capacità recitative, contribuendo alla costruzione di un universo familiare attraversato da complicità e conflitto. Anche nei momenti di silenzio, gli interpreti mantengono una presenza incisiva, alimentando la tensione della scena.
La scrittura di Sartre è una partitura rigorosa, ma De Luca interviene con alcuni tagli sapientemente operati, soprattutto sull’orchestrazione delle scene d’insieme, che assumono una forte dimensione visiva.
Dirompente è il contributo dei Van der Graaf Generator. Le loro sonorità non fanno da semplice accompagnamento, ma diventano una vera forza drammaturgica: amplificano l’angoscia, attraversano la solitudine di Franz e conferiscono alla scena una dimensione inquieta e visionaria.
Forte è anche il valore simbolico dei “granchi”, i mostruosi giudici del futuro ai quali Franz parla durante il suo isolamento. È attraverso questa immagine che Sartre porta in primo piano il tema della responsabilità: cosa accade quando la violenza, il potere e la delega delle proprie scelte vengono accettati come inevitabili?
È qui che I sequestrati di Altona rivela tutta la sua attualità. Non è soltanto la tragedia di un uomo incapace di fare i conti con il proprio passato, ma una riflessione sulla responsabilità individuale e sulla memoria collettiva. Più forte dell’amore e della stessa verità è l’etica, unico possibile argine alla distruttività del potere e delle ideologie.
Al Maschio Angioino, De Luca restituisce così a Sartre una dimensione fortemente contemporanea, sostenuto da un cast di notevole qualità e da una partitura musicale capace di lasciare il segno. Lo spettacolo si chiude tra i lunghi applausi del pubblico: un debutto convincente, in cui il teatro torna a essere spazio di memoria, giudizio e responsabilità