Carlo Maria Faiello, alla guida della Fondazione Il Canto di Virgilio, unisce formazione giuridica e sensibilità artistica in una visione culturale solida e contemporanea. Il suo percorso, che attraversa diritto, musica e progettazione, si traduce oggi in una direzione capace di coniugare rigore organizzativo e apertura creativa, con particolare attenzione alle nuove generazioni.
Il suo percorso di vita intreccia diritto, letteratura, musica e progettazione culturale. In che modo questa formazione trasversale incide sul tuo modo di guidare la Fondazione Il Canto di Virgilio?
Il mio percorso nasce nell’ambito giuridico, ma nel tempo si è affiancato a una formazione specifica nella letteratura, nella musica e nello spettacolo. Sono due dimensioni che considero complementari: da un lato il rigore e la capacità di analisi, dall’altro una visione più ampia dei processi culturali e creativi. Questo mi consente oggi di guidare la Fondazione con uno sguardo trasversale, che tiene insieme progettazione, organizzazione e contenuti.
A cosa sta lavorando in questo periodo la Fondazione?
In questo periodo la Fondazione è impegnata nella realizzazione del progetto 2026, che mette al centro giovani artisti, nuove produzioni e multidisciplinarietà. L’idea è dare spazio concreto agli under 35 e alle figure autoriali under 40, inserendoli in un sistema produttivo reale e in dialogo con artisti affermati.
Sono previsti oltre sessanta spettacoli, molti dei quali nasceranno proprio da questo confronto tra esperienza e nuove generazioni. Una parte importante del programma coinvolgerà anche i giovani musicisti del Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli, grazie al protocollo d’intesa attivato con la Fondazione: saranno presenti come solisti e in ensemble, con l’obiettivo di trasformare la formazione in esperienza professionale concreta.
Per noi investire sui giovani significa creare condizioni reali di crescita, produzione e visibilità, offrendo spazi in cui la creatività possa confrontarsi con la qualità esecutiva e con il pubblico. Il progetto 2026 si muove lungo questa linea, intrecciando patrimonio e contemporaneità, teatro musicale e forma concertistica, nuove scritture e riletture del repertorio, affiancando alla produzione anche un programma di ospitalità costruito su criteri di coerenza e qualità.
In un tempo in cui il rischio è rendere i giovani marginali, abbiamo scelto di considerarli parte strutturale della programmazione e della visione culturale della Fondazione.
Come è entrata la musica nella sua vita?
La musica è entrata molto presto. Sono cresciuto in un contesto in cui era parte della quotidianità: mio padre, Carlo Faiello, è un musicista, e fin da bambino ho avuto la possibilità di seguirlo durante i concerti, vivendo da vicino il lavoro artistico e il rapporto con il pubblico.
Ho studiato musica negli anni della formazione, ma successivamente ho scelto di dedicarmi all’università e alla professione forense. È stato un percorso diverso, ma non distante: in entrambi i casi si tratta di ambiti che richiedono disciplina, capacità di ascolto e costruzione.
Nel 2023 mi è stato chiesto di assumere la guida della Fondazione Il Canto di Virgilio. Ho accolto questa proposta con grande senso di responsabilità e entusiasmo, perché ha rappresentato un ritorno consapevole a un ambito che mi appartiene da sempre, ma con strumenti maturati nel tempo.
Fare imprenditoria artistica a Napoli non è facile: a quali regole base bisogna attenersi?
Fare progettazione culturale richiede competenza, continuità e capacità di programmazione. È un ambito in cui qualità artistica e solidità organizzativa devono procedere insieme, attraverso strutture affidabili e una visione chiara nel medio-lungo periodo.
A Napoli oggi c’è un’attenzione concreta verso la cultura: il Comune, anche attraverso i bandi, sta investendo in maniera significativa, offrendo alle realtà del territorio la possibilità di lavorare con maggiore continuità.
In questo contesto è fondamentale rispondere con serietà e qualità, costruendo progetti solidi e riconoscibili, capaci di dialogare con il pubblico e contribuire alla crescita culturale del territorio. È in questa prospettiva che opera la Fondazione Il Canto di Virgilio, da oltre venticinque anni attiva nella produzione e promozione culturale.
Domus Ars è una casa dell’arte: in che modo è concepita la gestione?
La Domus Ars, sede della Fondazione, è concepita come una casa dell’arte ma anche come uno spazio di produzione e relazione. La gestione si fonda su un equilibrio tra visione culturale e organizzazione, perché un luogo come questo deve generare contenuti e continuità.
Fin dalla sua istituzione è stata pensata come una residenza artistica stabile, dove produzione, ospitalità, formazione e ricerca convivono. Questo significa programmare con coerenza, costruire una relazione costante con il pubblico e mantenere un dialogo aperto con istituzioni e realtà culturali del territorio.
Nel tempo è diventata un punto di riferimento anche come luogo di incontro e scambio, capace di unire spettacolo dal vivo, ricerca e valorizzazione del patrimonio culturale. L’obiettivo è preservarne l’identità e mantenerla uno spazio vivo e condiviso.
Nella nostra città non esiste molto l’idea di fare squadra in campo artistico, ma potrebbe essere una scelta vincente. Cosa manca per pensare in grande?
Negli ultimi tempi a Napoli si sta lavorando molto in questa direzione. La città esprime una vitalità culturale straordinaria, con molte realtà attive ogni giorno. Questa ricchezza è un valore autentico e parte della sua identità.
Ciò che può essere sviluppato è un maggiore coordinamento tra le realtà del territorio, non per uniformarle ma per favorire dialogo e programmazione condivisa. È un’idea in cui la Fondazione crede da tempo, attraverso collaborazioni stabili.
Fare rete non significa sommare presenze, ma costruire relazioni solide. Pensare in grande vuol dire mettere in relazione le identità: così l’offerta culturale si rafforza e diventa più accessibile. Napoli ha tutte le energie per farlo.
I concerti e gli spettacoli che vanno in scena alla Domus Ars che caratteristiche devono avere?
Devono rispondere a un criterio di qualità, sia esecutiva che progettuale. Non si tratta solo di selezionare eventi, ma di costruire una proposta coerente e riconoscibile.
È centrale anche la coerenza con l’identità del luogo: privilegiamo progetti con una forte dimensione culturale, capaci di intrecciare linguaggi diversi o offrire nuove letture del repertorio.
C’è inoltre un’attenzione alla crescita degli artisti, in particolare delle nuove generazioni, e alla costruzione di una programmazione che restituisca al pubblico un’esperienza organica e continuativa.
Come si fidelizza il pubblico?
È un processo che richiede tempo, coerenza e attenzione costante. Non si tratta solo di proporre eventi, ma di offrire un’esperienza riconoscibile, in cui il pubblico ritrovi una linea culturale chiara e continuità.
Negli ultimi anni abbiamo lavorato molto in questa direzione, e la risposta del pubblico, sempre più ampia, è il segno più concreto del percorso intrapreso. La fidelizzazione nasce dalla qualità, dalla coerenza e dalla fiducia.
Potendo lavorare a un sogno artistico, quale sarebbe?
Più che un sogno personale, mi interessa che la Fondazione continui a crescere e a consolidarsi come punto di riferimento sempre più riconoscibile, anche a livello nazionale.
L’obiettivo è sviluppare ulteriormente la capacità di produrre, ospitare e formare, creando opportunità reali per gli artisti e mantenendo un’identità forte e un rapporto vivo con il pubblico. Il “sogno” è dare continuità a un lavoro già avviato, portandolo a un livello sempre più alto.