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Il 25 aprile prima di tutto, Napoli e il coraggio di salvarsi da soli

  • Giovanni Salzano
  • Aprile 21, 2026
  • 9:20 pm
  • Società

Il 25 aprile 1945 è il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale proclama l’insurrezione contro l’occupazione nazifascista: Milano e Torino si sollevano, il regime crolla, la guerra in Italia volge alla fine.
È, simbolicamente e politicamente, il momento in cui il Paese si riconosce libero.

Da quel giorno, ogni anno celebriamo quella vittoria, quella libertà conquistata.
Finalmente liberi dai fascisti, dagli oppressori: un giorno di festa, di applausi, di partigiani, di Resistenza. Evviva.

Questa è la libertà di chi viene liberato: qualcuno arriva, combatte, vince — e ti restituisce la possibilità di vivere.

Ma esistono altre libertà.
A volte più urgenti. Più dure.

Napoli lo sa.

Le Quattro Giornate di Napoli raccontano un’altra storia di liberazione: quella di chi non può più aspettare, di chi capisce che non arriverà nessuno a salvarlo.

Due anni prima — tra il 27 e il 30 settembre 1943, durante la Seconda guerra mondiale — la popolazione civile e alcuni militari insorgono e riescono a liberare Napoli dall’occupazione tedesca.

La città non poteva più aspettare. Napoli fu tra le prime grandi città europee a ribellarsi e vincere.

Napoli si è liberata.

La libertà si può guardare da molte angolazioni, ma in quelle giornate c’è una verità semplice: c’è un limite che viene superato.
E quando quel limite si rompe, la scelta non è più tra agire e non agire.
È tra resistere o cedere del tutto.

La libertà, in quel caso, non è qualcosa che arriva.
È qualcosa che devi prendere.

Due anni prima del nostro 25 aprile, Napoli scende in piazza, combatte e si libera.
Grazie al coraggio e all’eroismo dei suoi abitanti — ormai esausti, ridotti allo stremo da anni di guerra — riesce a spezzare l’occupazione.

E vince.

Ed è qui che il racconto cambia.

L’Italia è stata liberata.
Ma quella liberazione non è stata passiva: è stata anche il risultato della Resistenza, di chi ha scelto di combattere.

Napoli però anticipa tutto questo.
Lo fa senza aspettare, da sola.

La differenza non è assoluta.
Ma è significativa.

Essere liberati ha una storia più riconoscibile: ha protagonisti, una direzione, una fine.
C’è qualcuno che salva, e qualcuno che viene salvato.

Liberarsi da soli, invece, è un’altra cosa.
Non ha regia. Non ha garanzie. Non ha nemmeno un volto preciso.
È confuso, contraddittorio, anonimo.

È una decisione che si prende senza sapere se funzionerà.
Per questo è più scomoda.
E forse più vera.

Liberarsi significa rinunciare all’idea che qualcuno arriverà.
Significa accettare di perdere equilibrio, di muoversi senza protezione, di andare avanti senza sapere se ci sarà un dopo migliore.

Non è mai indolore.
Anzi, è proprio il dolore — quando diventa insopportabile — a renderlo inevitabile.
O ci si libera, o si muore lentamente.

Napoli, in questo, è un simbolo potente.
Una città stanca, spaventata, disordinata.
E proprio per questo profondamente umana.

In quelle giornate c’è qualcosa che ci riguarda da vicino: il dolore di chi è solo, la fatica di decidere senza essere pronti, la necessità di agire senza sapere dove si arriverà.

È una libertà che nasce dalla paura, dalla solitudine, dal dolore.
Dalla necessità di continuare a vivere, quando continuare così non è più possibile.

Perché tutti vogliamo essere salvati.
Tutti aspettiamo, in fondo, il nostro 25 aprile: il giorno in cui qualcuno arriva e sistema le cose.

Ma non sempre succede.

A volte la liberazione resta ferma, immobile, finché non si decide di salvarsi da se. 

E quando accade, non somiglia a una festa.
Somiglia a uno strappo.

Sei lì.
E devi salvarti.

Napoli diventa una lezione morale.
Ci ricorda che la libertà non arriva sempre nel momento giusto.
E quasi mai nel modo più facile.

Arriva quando trovi il coraggio di combattere.
E a volte non sei nemmeno pronto mentre lo fai.

La costruisci.
E fa male.

E allora sì, il 25 aprile è la festa di chi libera e di chi viene liberato.
Ma è anche il giorno in cui ricordiamo chi non viene liberato da nessuno.

Chi è solo.
Chi ogni giorno deve salvarsi da sé.

A loro, forse, questa parola — libertà — pesa di più.
E vale di più.

Buona Festa della Liberazione:
a chi salva,
a chi viene salvato,
e a chi, ogni giorno, trova il coraggio di salvarsi da solo.

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