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Il fiore che ti mando l’ho baciato, debutto in Sala Assoli

  • Redazione
  • Febbraio 19, 2024
  • 12:15 pm
  • Teatro

Debutta, in Sala Assoli, Martedì 20 febbraio ore 20.30 lo spettacolo “Il fiore che ti mando l’ho baciato”, dal carteggio 1913/1915 tra Stamura Segarioli e Francesco Fusco, scrittura scenica e drammaturgica di Elvira Buonocore, Anna Rita Vitolo e Antonio Grimaldi. Una storia familiare che diventa, grazie al teatro, memoria collettiva: nato in occasione delle Celebrazioni del Centenario della Prima Guerra Mondiale, lo spettacolo porta in scena la corrispondenza tra un medico tenente dell’esercito e l’amata che non sposò mai.

È la guerra che scrive alla pace nel tormento di un amore a distanza. Il racconto sopravvive grazie alla volontà della nipote Rosa Fusco e su iniziativa del Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo, presieduto da Antonia Lezza, presso la cui biblioteca è custodito il materiale inedito degli eredi Fusco. Unica interprete in scena, Anna Rita Vitolo (conosciuta al grande pubblico per l’interpretazione della madre di Lenù nella serie televisiva L’amica geniale), diretta da Antonio Grimaldi. Lo spettacolo è prodotto dal Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo e Teatro Grimaldello.

La figura epica, lirica, della donna che attende, con straziato pragmatismo, sulla soglia, facendo mostra di una inguaribile fedeltà, di quel granitico attaccamento all’uomo è un topos letterario a cui siamo avvezzi. Ma l’attesa, in questo caso, non è lo sfondo delle grandi imprese di lui, che altrove esprime sogni e ambizioni. L’attesa è il sentimento stesso, è la nervatura, lo scheletro dell’amore tra Stamura e Francesco. È una sottilissima speranza che si allunga, stringata, come un filo nel tempo. 

È qualcosa che forse oggi siamo più disposti a comprendere. Non è per decenza che Stamura aspetta un uomo, non è per buona misura, per ossequio, per prudenza. L’amore qui assume significato nella dimensione vocale, nel chiamare l’altro, nel pronunciare il suo nome o un vezzo al posto di quello, come: “caro, carissimo, mio amore”. In quest’ottica, la pazienza di Stamura, la sua invidiabile continenza, assume dimensioni più ampie, titaniche, e per nulla remissive: aspettare non è un atto di femminile sottomissione, ma è amore. Sentimento che vive di fiato, appunto, di voce nella reciprocità. Del resto anche Francesco attende.

«È esattamente dalla voce che ci serve ripartire, cercando il filo del garbuglio emotivo che rappresenta ogni volta una scrittura, specialmente quella teatrale – spiega Elvira Buonocore. Una facoltà, la voce, che si esprime con il fiato, ossia con le profondità umide: è la nostra parola che si esprime, una emissione che precipitando va a segno. Ma questo percorso implica sempre qualcun’altro. La voce, e con lei tutto il nostro significato amoroso, intrepido, ribelle, viaggia come un singolo pezzo sventurato di desiderio che cerca l’altro senza sosta; è proprio l’altro che le dà significato, che restituisce a quella voce una ragione per esistere».

Replica mercoledì 21 febbraio ore 20.30.

Costo del biglietto per gli spettacoli: intero 18 euro; ridotto 14 euro.

Per info e prenotazioni: 345 467 9142 – assoli@casadelcontemporaneo.it

Immagine di Redazione

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Se solo durassero mezz’ora

C’è una buona notizia. Che se per una – auspicabile, quanto improbabile – riforma del giuoco del calcio le partite durassero non 90 più recupero, bensì 60 minuti, il Napoli quasi certamente  sarebbe in vetta alla classifica. Perché noi reggiamo alla grande, un primo tempo e un po’. Siamo brillanti, propositivi, lucidi, addirittura spumeggianti. Ma non più di tanto. E questo è un problema che non sfugge i più, perché purtroppo le partite continuano a durare ostinatamente 90 minuti più recupero, e scaduti i nostri minuti di spumeggiante autonomia, la squadra non c’è più. Finita. Kaput. Col fiato di una Serena qualsiasi con le buste della spesa in cima a una salita e l’energia della suddetta un lunedì mattina di pioggia in cui è finito il caffè. E lo stesso entusiasmo.  E subito la buona notizia si trasforma in pessima, perché gli avversari – nella fattispecie una Roma che al momento è una delle squadre più in forma del campionato, anche se sabato non era al massimo – invece giocano per 90 minuti più recupero. Non ci vuole un genio dell’aritmetica per vedere che lo scarto è importante.  L’altra buona notizia è che McTominay è in una forma splendida. Un trascinatore vero, l’uomo di cui abbiamo bisogno. Ce ne vorrebbero altri due o tre così. È fantastico, lo amiamo.   E poi, fatemi pensare… niente, le buone notizie sono finite.  L’altra pessima notizia è che Allegri non si fida di Lobotka, lo fa entrare giusto se non sa più chi mettere, ma qualcuno dovrebbe fargli notare che in questo momento storico non può fare a meno di lui, che è uno dei nostri giocatori migliori e che lo deve mettere in campo e non ci deve rompere le palle.   Altra notizia, la peggiore, è che ora non abbiamo un difesa. Mancano due mesi a Natale e la buona notizia è che abbiamo un ottimo presepe, comprensivo di Benino che dorme e il Pastore della Meraviglia, ma non è una difesa. Ora che si è rotto Badiashile non ne parliamo proprio, ci manca solo il ruscello di carta stagnola e il venditore di castagne… Dobbiamo rassegnarci a essere una squadra di metà classifica? L’organico non è da metà classifica, ma la gestione e la mancanza di alternative – di fatto non abbiamo avuto un mercato estivo – sì. E se aspettiamo di fare cassa vendendo Lucca…
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