Disordini e scontri tra polizia e studenti in varie città, da Parigi a Milano.
A questo si aggiungono le proteste degli auto trasportatori che impediscono gli approvvigionamenti dei beni necessari di consumo.
Motivi: la crisi economica, il caro benzina e le difficoltà a sopravvivere delle aziende produttive medio piccole…
Frattanto i governi investono per il riarmo…
Ma cosa sta accadendo davvero?
E cosa chiedono i ragazzi?
La prima cosa che balza agli occhi è lo scollamento.
Da una parte il popolo che si vede sottratta una buona fetta di economia dedicata al welfare, e si sente stretto sempre più dall’avanzare di una crisi economica che investe settori di prima necessità, dall’altra un’Istituzione sorda e assente che si occupa di questioni ideologiche e di instabili equilibri geopolitici, ma poco sensibile e rispondente alla realtà quotidiana della gente.
Da questa spaccatura nasce la sfiducia, il malcontento.
I giovani si sentono sottratti il futuro e come biasimarli?
Quale futuro possono avere in un mondo dove sempre più piede prende l’IA e con lei la totale assenza di formazione consapevole ad abitare una civiltà con nuove fondamenta?
C’è qualcosa di molto di più e di molto più profondo in questa protesta collettiva e trasversale che non si può liquidare col semplice schema con cui si schematizzavano le proteste studentesche e civili del Novecento.
Il magma che c’è dietro non può chiudersi in una formula politica né ha un colore distintivo o può essere manipolato da ideologie di destra e di sinistra.
Un nuovo mondo si fa strada e non è facile, una società diversa che prevede la sottrazione di tutto ciò che ha costituito il nostro mondo finora, cioè obiettivi, individualità e possibilità di realizzazione lavorativa, che saranno sostituiti da una forza lavoro macchina, indifferenziata, che ci renderà più o meno simili ad automi o ad avatar attaccati a un mondo fantasmatico virtuale, dove la possibilità espressiva sarà sostituita da una emoticon.
Stiamo entrando in un punto di non ritorno, una dimensione acritica di massa informe soggetta al web, tesa a interrogare su tutto anche sui propri stati emozionali la IA e potenzialmente suggestionabile da una rete di informazioni no stop, deliranti e senza controllo.
A questo si aggiunge l’assenza della corporeità, cioè la riduzione dello spazio vitale proprio del corpo a favore di un tempo sempre più dilatato speso sui telefonini in cerca di connessioni inesistenti e illusorie e dove la connessione fantasmatica al web sottende e sottolinea la sconnessione da se stessi.
Non c’è da meravigliarsi perciò del crescente malessere, della depressione dilagante soprattutto nelle fasce giovanili, e dello sfociare in ogni ambito di atti di violenza gratuita alimentati da un clima fazioso che all’umanità ha sostituito il tifo da stadio sulla qualunque.
Si gioca una partita stretta e angusta che riguarda la prospettiva di essere ancora vivi, intesa come necessità di salvaguardare capacità critica, possibilità di scelta e spinta all’individuazione, tutti aspetti che nel nuovo futuro distopico non sono previsti.
A fare da contraltare e sfondo i governi che discutono sul riarmo costituiscono il punto di massima convergenza della disconnessione, questa volta tra Istituzione e Individuo.
Prima di condannare il dissenso giovanile forse sarebbe necessario comprenderlo e inserirlo nel giusto contesto.
Urge una riflessione profonda e collettiva sul potente cambio di rotta che investe ogni settore, per dare ai ragazzi testimonianza valoriale più che indottrinamento, una reale guida a comprendere le emozioni per rendere vivi i territori del talento e della realizzazione e non territori morti per giunta virtuali, e un orientamento diverso che porti alla conoscenza di se stessi e allo sviluppo di una nuova consapevolezza.
Abbiamo bisogno tutti di riconnessione a noi stessi e al senso profondo del vivere su cui costruire quello spessore proprio dell’esistere che fa della vita un processo da sperimentare con passione, e così poter sentire possibile il domani.
Forse solo questo chiedono i giovani di oggi che delle ideologie non sanno più che farsene.
Il domani non può essere liquido se non a prezzo di diventare inesistente.
Immagine di copertina: Giovani che manifestano a Parigi (foto di Stefano Bory)