Esiste una legge non scritta nello sport: il campo dovrebbe avere sempre l’ultima parola.
È una regola tanto semplice quanto fragile. Basta poco per incrinarla. Una decisione che cambia, una telefonata raccontata pubblicamente, una squalifica che sparisce, e improvvisamente novanta minuti di calcio diventano il dettaglio meno interessante della giornata.
È questo il paradosso del Mondiale. Mentre i portieri stanno riscrivendo il copione del torneo, trasformando ogni partita in una sfida di nervi oltre che di tecnica, fuori dagli stadi si sta giocando un’altra partita. Una partita fatta di potere, diplomazia e percezioni.
La revoca della squalifica di Folarin Balogun, arrivata dopo la telefonata tra Donald Trump e Gianni Infantino, ha prodotto un effetto devastante ancora prima di qualsiasi spiegazione ufficiale: ha insinuato il dubbio. E nello sport il dubbio è molto più pericoloso dell’errore. Perché l’errore appartiene al gioco, il dubbio appartiene al sistema.
È un peccato, perché questo avrebbe potuto essere ricordato come il Mondiale dei portieri. Mai come oggi chi difende la porta è diventato il vero regista della squadra.
Non più soltanto l’ultimo baluardo, ma il primo costruttore del gioco, il leader silenzioso che decide i ritmi, accorcia il campo e spesso salva un’intera competizione con una sola parata.
Invece, il protagonista inatteso è diventato ciò che il calcio dovrebbe sempre tenere fuori dai propri confini: il potere politico. E quando la politica entra nello spogliatoio, il pallone finisce inevitabilmente in secondo piano.
Il problema non è sapere se Trump abbia davvero influenzato una decisione. Forse non lo sapremo mai. Il problema è che milioni di persone oggi credono che possa essere successo. Ed è una differenza enorme. Perché la credibilità di una competizione non vive soltanto delle sue regole, ma della fiducia che quelle regole valgano per tutti.
È questa la partita che la FIFA non può permettersi di perdere.