Dopo il successo riscosso nelle tappe internazionali di Dubai, Miami e Atene, la ricerca artistica di Beatrice Zarvas – in arte Arwen – sbarca a Napoli con la mostra Dna, ospitata dal 7 al 17 novembre negli scenografici spazi della Chiesa di Santa Maria di Porto Salvo. Curata da Fabio Maietta, l’esposizione propone un suggestivo percorso visivo in cui le origini del mito classico si fondono con la psicologia, la sperimentazione subacquea e la tecnologia dell’intelligenza artificiale.
Nelle sue opere, stampate su speciali lastre di alluminio, dodici figure femminili prendono vita all’interno di vasche d’acqua appositamente progettate, trasformandosi in vere e proprie dee contemporanee. Sospese in un limbo fluido che annulla la gravità, queste cariatidi moderne riflettono le nevrosi e i linguaggi del Duemila: da un’Afrodite intenta a specchiarsi in uno smartphone a una Diana che caccia in uno spazio digitale, fino a muse dal linguaggio contaminato dai media. Con una formazione in psicologia clinica e una tecnica che unisce fotografia in apnea, scenografia e rielaborazione digitale, Arwen ci accompagna alla scoperta del suo universo creativo, raccontandoci come la memoria culturale possa diventare una matrice viva e in continua evoluzione.
Come trasforma le Sue modelle in “dee contemporanee” sott’acqua e in un tempo sospeso?
Ogni immagine nasce come un cortometraggio che dirigo io. Lo studio è un mondo a sé e lo costruisco pezzo per pezzo: disegno personalmente i costumi, lo styling e gli accessori. Gli sfondi li disegno e li dipingo io stessa; per alcuni lavoro anche con l’intelligenza artificiale, ma mai da sola, sempre mescolata ai miei disegni, e dichiaro apertamente quali. Solo allora la modella entra nella vasca d’acqua, e io sto davanti, dietro il vetro. Lei trattiene il respiro, il tessuto si solleva, la gravità lascia la presa e, per la durata di un respiro, diventa una dea. Questo è il tempo sospeso: una donna che trattiene il respiro in un mondo che ho creato per lei. Ma la tecnica è solo metà del lavoro. Tra la macchina fotografica e ciò che le sta davanti accade qualcosa che sfugge al mio controllo. Costruisco tutto il mondo, ma l’attimo in sé non è mio. Questa è la magia. Ogni immagine parla di un problema del nostro tempo e la dea è colei che raccoglie la sfida.
Come psicologa clinica, come fonde i miti antichi con la tecnologia moderna (come lo smartphone di Afrodite)?
La tecnologia moderna non è qualcosa che aggiungo ai miti; è semplicemente un’espressione dello spirito del nostro tempo. Lo smartphone è un dato di fatto, come un tempo lo era lo specchio, e così tutto ciò che lo accompagna: vedersi attraverso l’opinione degli altri, pubblicare un’immagine e aspettare il verdetto. I miti contengono già questi schemi. Afrodite si guardava allo specchio; oggi guarda in un telefono e ciò che vi vede non è il suo volto, ma il feedback che riceve su ciò che ha pubblicato. Quindi non fondo i due mondi: lascio che la vecchia storia si svolga nel dispositivo che usiamo davvero.
Che ruolo gioca l’intelligenza artificiale nella creazione del “vetro invisibile” di cui parla?
L’intelligenza artificiale ha due ruoli e li dichiaro entrambi. Primo, è uno strumento: alcuni dei miei sfondi sono realizzati con l’IA, sempre mescolata ai miei disegni e alla mia pittura, mai da sola, e dico quali. Nessuno riesce a vedere la differenza ed è esattamente questo il punto: è così che le immagini ci raggiungono oggi, vere o no, tra altre due immagini. Secondo, l’IA è la lastra di vetro più recente. Le poniamo domande come i Greci andavano a Delfi e prendiamo la risposta per verità senza vedere chi la dà. Il vetro invisibile non è la tecnologia in sé; è la nostra abitudine di guardare attraverso di essa credendo di vedere il mondo.
Perché la memoria culturale è così vitale oggi per riscoprire un senso del sacro?
Perché in tempi turbolenti e caotici come i nostri, in cui mettiamo in discussione tutti i nostri valori, credo che il nostro DNA culturale possa darci una direzione e qualcosa a cui aggrapparci. Ciò che gli esseri umani hanno costruito in migliaia di anni – pensare, scrivere, interrogarsi, raccontare storie, ma anche le guerre che abbiamo combattuto e gli accordi che abbiamo raggiunto attraverso di esse – è diventato parte di noi. Le dee e le muse per me non sono personaggi; sono simboli in cui quel lavoro e quell’energia sono custoditi. Il sacro si rivela essere l’essenza che è già in noi e non possiamo sfuggirle. Per quanto ci rivolgiamo all’esterno, cercando qualcosa là fuori, alla fine torniamo a ciò che è dentro di noi: il lavoro culturale dei nostri antenati. In questo senso il mio lavoro è profondamente europeo: è fatto di storia culturale europea. Il sacro non è qualcosa di nuovo che dobbiamo inventare; è qualcosa che dobbiamo ricordare, come direbbe Platone: ogni conoscenza è reminiscenza.
Cosa significa portare le Sue dodici sirene a Napoli, città di miti e di mare?
In un certo senso sono sirene: tutta la messa in scena avviene sott’acqua. Ed è per questo che il luogo è così adatto. Santa Maria di Portosalvo fu fondata da un marinaio che era sopravvissuto a un naufragio con tutto il suo equipaggio e costruì questa cappella al porto per ringraziare la Madonna. Avevo pensato di esporre qui la mia serie sui santi, ma ho scelto le cariatidi, perché questa è una chiesa fondata da un uomo uscito dal mare. E poi c’è Napoli stessa. Ha una magia tutta sua: una città sul mare, fondata dai Greci, il cui nome, Neapolis, significa ancora “città nuova”. Camminare per Napoli è come camminare nella storia dell’arte. Il Museo Archeologico Nazionale è uno dei miei musei preferiti al mondo. In un certo senso, le cariatidi tornano a casa.