C’è qualcosa di veramente brutto nel successo dell’ennesima puntata di Falsissimo, il format web di Fabrizio Corona che torna a occupare il dibattito social raccontando presunte verità, retroscena, tradimenti, segreti e lati oscuri della vita di personaggi pubblici. Questa volta il bersaglio è Belen Rodriguez. E, insieme a lei, una parte della sua famiglia. Nel racconto di Corona vengono rivolte accuse e insinuazioni gravissime, tra cui quella di una presunta relazione tra Belen e il cognato Ignazio Moser, marito della sorella Cecilia.
Non è questo, però, il punto. Non mi interessa stabilire in questa sede se ciò che viene raccontato sia vero, falso, parzialmente vero o completamente inventato. Non mi interessa fare òla verifica dei fatti di una puntata di Falsissimo. E non mi interessa nemmeno entrare nel merito delle altre persone chiamate in causa.
Il punto è un altro. Ed è molto più grande di Corona.
Il punto è che abbiamo costruito un ecosistema nel quale chiunque, davanti a una telecamera o a uno smartphone, può trasformarsi in accusatore, giudice e tribunale contemporaneamente.
Corona si presenta, ormai da tempo, come una sorta di giustiziere della cronaca: lo smascheratore del potere, quello che conosce i retroscena, quello che racconta ciò che gli altri non vogliono raccontare. Quello che non fa sconti a nessuno. Una figura che, nel racconto che fa di sé, sembra muoversi sul confine tra giornalismo d’inchiesta, confessionale, tribunale popolare e spettacolo.
Ma quel confine è proprio il problema.
Perché il gossip è sempre esistito. L’inciucio è una delle forme più antiche di intrattenimento. Ci piace sapere chi ama chi, chi ha tradito chi, chi ha litigato con chi, chi si è lasciato, chi è tornato insieme.
È umano.
Il problema nasce quando la curiosità diventa una macchina capace di distruggere la reputazione delle persone.
E allora bisogna fermarsi e farsi una domanda molto semplice: dov’è il confine tra cronaca rosa e violazione della privacy?
Tra diritto di informare e diffamazione? Tra una notizia e un’accusa?
Tra il raccontare un fatto di interesse pubblico e il mettere in piazza la vita privata di qualcuno?
Sono domande che diventano ancora più importanti nell’epoca dei social, perché oggi non stiamo più parlando soltanto di giornali e televisioni.
Stiamo parlando di contenuti che possono essere prodotti da chiunque, in qualsiasi momento, e raggiungere milioni di persone. E soprattutto di contenuti che non scompaiono davvero mai.
Immaginate per un attimo di non essere Belen Rodriguez.
Immaginate di essere una persona qualunque.
Domani qualcuno potrebbe registrare un video e dire che avete tradito vostro marito. Che avete avuto una relazione con una persona insospettabile. Che avete fatto qualcosa di vergognoso. Che avete commesso un illecito. Che avete un segreto.
Magari è tutto falso.
Ma il video viene pubblicato.
Qualcuno lo guarda.
Qualcun altro lo ricondivide.
Un altro ancora lo commenta.
Poi arriva TikTok. Poi Instagram. Poi Facebook. Poi X. Poi WhatsApp.
E la voce diventa una “verità” semplicemente perché è stata ripetuta abbastanza volte.
È questo che dovrebbe spaventarci.
Perché sul web la verità non è necessariamente ciò che è accaduto.
A volte la verità percepita è semplicemente la storia che ha ottenuto più visualizzazioni.
E c’è un altro aspetto ancora più inquietante.
Ci sono bambini che oggi stanno crescendo dentro questo sistema.
Un giorno potranno cercare su Google il nome dei propri genitori e trovare accuse, pettegolezzi, video, titoli, commenti. Potrebbero imbattersi in una storia falsa raccontata quando loro non erano ancora nati o erano troppo piccoli per capire.
E quella storia potrebbe essere ancora lì.
Perché internet ha una memoria lunghissima.
Cancellare un contenuto non significa necessariamente cancellarne le copie, gli screenshot, i repost, gli articoli che lo hanno ripreso, i video che lo hanno commentato.
Il web può trasformare un pettegolezzo in un archivio permanente.
E allora il problema non è soltanto ciò che dice Corona.
Il problema è che noi siamo lì ad ascoltarlo.
Siamo noi a trasformare certe storie in trend topic.
Siamo noi a guardare il video.
A commentarlo.
A condividerlo.
A mandarlo nelle chat.
A indignarci.
A dire “io non ci credo” e intanto contribuire a farlo diventare virale.
Perché il gossip ci piace.
Diciamolo senza ipocrisie.
Ci piace sapere.
Ci piace il retroscena.
Ci piace sbirciare dal buco della serratura.
Ci piace scoprire che anche le persone famose, apparentemente perfette, hanno problemi, tradimenti, fragilità e scheletri negli armadi.
Ma forse dovremmo iniziare a chiederci quanto siamo disposti a pagare, come società, per questo piacere.
Perché quando la curiosità diventa più importante della dignità di una persona, qualcosa si è rotto.
E quando una persona viene trasformata in un personaggio da giudicare sulla base di accuse che circolano sui social, abbiamo smesso di informarci e abbiamo cominciato a consumare vite umane come contenuti.
Non serve difendere Belen.
Non serve attaccare Corona.
Serve difendere un principio che dovrebbe riguardare tutti noi: la reputazione di una persona non può diventare il prezzo del nostro intrattenimento.
Oggi è Belen.
Domani potrebbe essere un personaggio meno famoso.
Dopodomani potrebbe essere un nostro collega.
Un vicino di casa.
Un ex.
Un familiare.
E magari, un giorno, potremmo essere noi.
È facile sentirsi garantiti quando pensiamo che certe cose possano accadere soltanto agli altri.
Finché qualcuno non decide di puntare una telecamera contro di noi.
E allora forse capiremo che il problema non è soltanto chi racconta.
Il problema è anche chi ascolta, chi condivide, chi applaude e chi trasforma il dolore, la vergogna e la vita privata degli altri in un prodotto da consumare.
Forse la vera deriva del gossip non è che esista ancora.
È che abbiamo smesso di provare vergogna davanti a certe cose.
Il problema è che comunque ne parliamo e che per non alimentare il meccanismo, forse quest’articolo non avrei dovuto scriverlo.