Ci vuole un’idea portante forte per mettere in scena uno spettacolo che funzioni, ed è esattamente ciò che accade in Il segreto di Shakespeare di Marianna Iannaccone, andato in scena al Teatro Sancarluccio. Non è un azzardo dire che portare in scena William Shakespeare oggi significhi, inevitabilmente, mettere in discussione Shakespeare stesso. È da questo scarto – più teorico che narrativo – che prende forza lo spettacolo, con la regia di Riccardo Citro.
Alla base del lavoro c’è un evidente e accurato studio delle fonti, che conferisce grande solidità a ogni passaggio scenico. Stralci di opere tratte da Giordano Bruno e dallo stesso Shakespeare trovano spazio nello spettacolo, dosati con equilibrio tra ironia e riflessione, elementi sempre apprezzati dal pubblico e qui ben integrati nella struttura complessiva.
Lo spettacolo non si limita a raccontare una storia: costruisce un vero e proprio dispositivo scenico che mette in crisi l’idea stessa di autorialità. E lo fa attraverso una struttura narrativa che intreccia piani temporali e linguaggi. La vicenda parte da una giovane ricercatrice, Mayson, che rinviene un manoscritto perduto attribuito a Shakespeare. Ma il ritrovamento è solo un innesco: da quel momento il racconto si apre, si incrina, si sdoppia. Il presente viene risucchiato nella Londra del 1583, dove, tra le mura dell’ambasciata francese, si incontrano John Florio e Giordano Bruno.
È qui che la drammaturgia trova il suo nodo centrale: non una semplice ricostruzione storica, ma la messa in scena di un’ipotesi. Quanto c’è di Florio nell’opera shakespeariana? E cosa accade quando il concetto di “autore” smette di essere univoco? Il momento in cui viene evocata la nascita di Pene d’amor perdute assume così un valore simbolico: la creazione non è più atto individuale, ma processo condiviso, attraversato da influenze, prestiti e sovrapposizioni.
La regia di Citro si muove coerentemente in questa direzione. L’impianto è volutamente frammentato, costruito per quadri che si sovrappongono e si contaminano. Va detto che, in alcuni momenti, i passaggi tra passato e presente potrebbero essere leggermente velocizzati, per rendere la fruizione ancora più fluida e continua. Linguaggi visivi e sonori, inserti contemporanei e suggestioni tecnologiche intervengono a spezzare ogni illusione di linearità. Non si tratta di una scelta estetica gratuita, ma della traduzione scenica del tema: così come l’identità di Shakespeare appare instabile, anche la scena rifiuta una forma unica e definitiva.
È proprio nella capacità di contaminare passato e presente che lo spettacolo trova la sua cifra più interessante.
Sul piano attoriale, la prova dei tre interpreti maschili – Vincenzo Sabatino, Vincenzo Vecchione e lo stesso Riccardo Citro – è solida e consapevole. I loro personaggi si muovono lungo una linea sottile tra ironia e tensione, evitando la trappola della ricostruzione didascalica. Ne emerge un lavoro attoriale dinamico, capace di sostenere la complessità dell’impianto registico e del testo stesso. Di grande efficacia i dialoghi tra Vecchione (Giordano Bruno) e Vincenzo Sabatino (John Florio), autore di un ottimo monologo nel finale. anche Citro offre una buona caratterizzazione al suo personaggio molto utile alla narrazione complessiva.
dal canto suo, Marianna Iannaccone affronta una sfida non semplice: essere al tempo stesso autrice e interprete – al suo debutto attoriale – di un testo così complesso e stratificato. Nella scrittura la Iannaccone eccelle creando un lavoro di grande qualità.
Il segreto di Shakespeare non cerca di risolvere il mistero, né di imporre una verità, ma lo rende materia scenica. E, in un panorama teatrale spesso incline alla semplificazione, questa complessità, a tratti persino irrisolta, rappresenta forse il suo elemento più interessante.