Daniela Pergreffi, artista e docente presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli (ABANA), si racconta. Dalla forza stratificata della materia partenopea al rigore dell’incisione applicato all’illustrazione editoriale: in questo dialogo, l’autrice riflette sul legame tra arte e responsabilità etica, sull’incontro virtuoso tra tecniche analogiche e nuove tecnologie digitali, fino allo scambio generazionale con i propri studenti.
In che modo il patrimonio storico e visivo di Napoli ha plasmato il Suo linguaggio grafico e i Suoi lavori legati alla memoria?
Napoli è una città fortemente connotata da stratificazioni storiche e sedimentazioni segniche provenienti da diverse epoche. Rispetto al tema della memoria — a me particolarmente caro — la città rappresenta certamente una fonte di ispirazione estremamente potente e suggestiva, sia sul piano visivo sia su quello narrativo.
Come riesce a far coesistere il rigore e la precisione tecnica dell’incisione con la libertà immaginativa richiesta dall’illustrazione editoriale?
L’allenamento alla precisione e alla qualità del segno, acquisito attraverso la pratica dell’incisione, mi ha abituata a lavorare sempre con un metodo rigoroso e severo nel tradurre un’idea in immagine. Questo imprinting mi porta ad affrontare anche le sfide dell’illustrazione con un approccio molto attento al tipo di narrazione, all’atmosfera e al tono del testo, ricercando costantemente una forte corrispondenza tra contenuto e linguaggio visivo.
Nel mio ultimo libro illustrato, “Bella Ciao”, pur non avendo mai utilizzato prima in modo così massiccio la tecnica del pastello, ho ritenuto che fosse l’unica — abbinata al collage — in grado di restituire la giusta atmosfera ai contenuti del testo. È diventata così l’elemento caratterizzante di tutto il corredo iconografico dell’opera.
Dal 2008 Lei insegna all’Accademia di Belle Arti di Napoli: in che modo l’attività didattica influenza la Sua produzione creativa personale?
Stare tra i banchi insieme ai miei studenti, fare correzioni e revisioni sui loro lavori mi offre la straordinaria opportunità di confrontarmi continuamente con linguaggi nuovi e spontanei. Tutto questo mi spinge — in modo inconsapevole ma inevitabile — a mettere in discussione il mio stesso linguaggio, all’interno di uno scambio reciproco, costante e fertile tra la mia esperienza e la freschezza dei loro contributi.
Il Suo stile unisce la tradizione alla sperimentazione: quali sono le sfide principali nel far dialogare i supporti tradizionali con i nuovi linguaggi digitali?
Credo che proprio nell’apparente divario tra le nuove possibilità tecnologiche e i linguaggi che, come il mio, affondano le radici nella pratica manuale, risieda un potenziale espressivo enorme.
Faccio un esempio recente: nella collaborazione per il restyling dei 5 Musei Federiciani, la trasformazione in animazioni digitali delle tavole che mi era stato chiesto di realizzare ha conferito al progetto una carica suggestiva ed evocativa del tutto particolare. Questa forza è nata proprio dal contrasto tra disegni marcatamente analogici — realizzati con collage, impronte e china — e la possibilità di muoverli, scomporli e intrecciarli a testi contemporanei su grandi monitor, offrendo una lettura completamente diversa rispetto alla resa su carta.
Guardando al futuro della Sua produzione, quali sono le tematiche o i progetti narrativi che sente l’esigenza di esplorare?
Tutti i miei lavori sono fortemente caratterizzati da tematiche etiche che invitano a interrogarsi sul senso della nostra esistenza, con un’attenzione costante all’ambiente, declinata anche attraverso l’uso di materiali riciclati o recuperati sui litorali.
Nel mio lavoro di illustratrice, affiancato a quello di artista libera da committenze, affronti soggetti molto vari, ma tendo istintivamente a inserire in ogni opera il senso profondo della mia ricerca: i riferimenti — risolti sul piano delle scelte tecniche — al tema della memoria e alle tracce del nostro passaggio. Attualmente sento anche molto forte il richiamo verso le potenzialità figurative aperte dalle sperimentazioni genetiche nel campo delle ibridazioni, auspicando ovviamente che rimangano solo uno spunto poetico e mai una prospettiva reale.
Ci racconta l’opera realizzata per il Premio Lamberti?
S’intitola “La Fondatrice” (2025). È una figura femminile monumentale che protegge un’architettura: una metafora della donna come origine, custodia e fondamento della comunità, ispirata all’iconografia dei santi fondatori ma estesa a tutte le civiltà. Realizzata in tecnica mista (collage, acrilico e inchiostro), impiega impronte di oggetti quotidiani per intrecciare memoria intima e narrazione collettiva.