Il prossimo 10 novembre Lorenzo Marone tornerà in libreria con I Sanacore, una saga familiare che attraversa generazioni, amori, conflitti e trasformazioni di Napoli. Un ritorno alla narrativa dopo un percorso che lo ha portato, in poco più di dieci anni, a raccontare padri e figli, solitudini, famiglie imperfette, periferie dell’anima e quelle piccole crepe attraverso le quali, spesso, entra la vita.
Ma c’è un altro Marone, quello che negli anni ha imparato a mettere da parte per un momento i personaggi per guardare più da vicino se stesso. È quello di Inventario di un cuore in allarme e, oggi, di Manuale pratico di smarrimento. Diritti minimi dell’essere umano imperfetto, pubblicato da Feltrinelli.
E forse non è un caso che, prima di tornare a raccontare una grande storia familiare, Marone abbia scelto di fermarsi davanti alle proprie piccole storie. Quelle che non diventano necessariamente romanzi, ma che hanno comunque qualcosa da dire.
Perché ci sono momenti in cui la vita non chiede risposte. Chiede soltanto di essere attraversata..
Un libro che, già dal titolo, sembra contenere una contraddizione: come si può scrivere un manuale per qualcosa che, per definizione, significa non sapere dove andare?
La risposta di Marone è semplice: non si può. Ed è proprio questo il punto. Non scrive un manuale per uscire dallo smarrimento. Scrive un libro che ci autorizza, per una volta, a non uscirne.
Non ci sono istruzioni, formule, mappe da seguire o frasi motivazionali da fotografare e mettere su Instagram. Ci sono piuttosto piccoli diritti che ci siamo dimenticati di avere: il diritto a smarrirsi, a non piacere, a non scegliere, a fermarsi, a non essere sempre produttivi, a cambiare idea, perfino a non ricominciare.
La casa editrice lo presenta come un «breviario gentile e disordinato» e la definizione restituisce bene la natura del libro: 112 pagine costruite per frammenti, riflessioni, immagini e incontri con piccoli animali che diventano, di volta in volta, metafore della nostra umanità imperfetta.
Ed è forse questa la prima sorpresa per chi conosce Lorenzo Marone attraverso i suoi romanzi. Lo scrittore napoletano, abituato a costruire storie, personaggi e mondi nei quali il lettore può entrare, questa volta sembra fare un passo a lato. Non mette davanti a sé un personaggio da raccontare. Mette davanti al lettore se stesso: le proprie fragilità, i propri inciampi, le domande rimaste aperte.
E lo fa senza trasformarsi in un guru, in un motivatore o nell’ennesimo psicologo da social.
È una differenza importante, soprattutto in un’epoca nella quale qualsiasi disagio sembra dover diventare immediatamente un’opportunità di crescita. Se sei stanco devi imparare qualcosa. Se fallisci devi rialzarti più forte di prima. Se ti perdi devi ritrovare la strada. Se non sei felice devi lavorare su te stesso.
Marone, invece, sembra dire una cosa molto meno redditizia: magari puoi anche perderti e basta.
Ed è probabilmente qui che il libro trova la sua parte più autentica. In quelle pagine c’è una gentilezza che non ha nulla di consolatorio e una delicatezza nella quale è facile riconoscersi. Lo smarrimento non viene trattato come un difetto da correggere, ma come una delle possibili condizioni dell’essere umano.
Perché non sempre perdersi equivale a fallire. E non ogni esperienza dolorosa deve necessariamente trasformarsi in una lezione.
E poi ci sono gli animali.
Pesci, piccioni, cavallucci marini e altre piccole presenze – illustrate dallo stesso autore – diventano compagni di viaggio, simboli apparentemente leggeri attraverso i quali Marone parla di cose tutt’altro che leggere. La riflessione arriva così senza agganci pesanti, mescolandosi al racconto, all’immagine, all’ironia.
C’è qualcosa che ricorda il Marone di Inventario di un cuore in allarme, dove l’autore aveva già affrontato l’ansia e il rapporto con le proprie fragilità. Qui, però, lo sguardo sembra allargarsi. Non c’è soltanto l’inquietudine. C’è la possibilità di osservare il mondo da una posizione diversa: non quella di chi ha trovato una soluzione, ma di chi ha imparato a convivere con le domande.
E forse è proprio questo il gesto più interessante del libro.
Marone non indica una strada e non pretende di sapere dove porti. Lascia al lettore la possibilità di fermarsi, cambiare direzione, restare per un po’ nel dubbio. Gli concede, soprattutto, il permesso di non avere una risposta.
È una cosa molto diversa dalla retorica motivazionale alla quale siamo ormai abituati. Qui non ci sono il «credici sempre», il «trasforma le difficoltà in opportunità», il «non mollare mai», la resilienza usata come parola buona per ogni stagione della vita.
C’è qualcosa di molto più umano: puoi essere stanco. Puoi avere paura. Puoi non avere un piano. Puoi non sapere cosa vuoi fare della tua vita. Puoi anche non avere voglia di diventare una versione migliore di te stesso.
Puoi semplicemente essere.
La scrittura di Marone accompagna tutto questo con quella sua lingua pulita, diretta, emotiva, capace di passare dalla malinconia all’ironia senza alzare troppo la voce. Una scrittura che non ha bisogno di spiegare continuamente ciò che vuole dire e che, proprio per questo, lascia spazio al lettore.
È forse per questo che Manuale pratico di smarrimento, più che indicare una direzione, offre compagnia.
Non è il libro che arriva quando hai finalmente capito tutto. È quello che puoi aprire mentre non hai capito niente.
Marone non promette di riportarci a casa.
Ci fa compagnia mentre siamo ancora per strada.
E allora sì, non è esattamente un capolavoro. E, probabilmente, non è nemmeno il libro migliore di Lorenzo Marone. Ed è proprio per questo che l’ho trovato così coerente e, in fondo, estremamente romantico.
Perché anche un libro può perdersi un po’. Può non essere perfetto. Può non stare sul gradino più alto e, nonostante questo, arrivare da qualche parte, lasciare qualcosa, diventare importante per qualcuno.
Forse è questo il piccolo grande diritto che Marone ci consegna alla fine: esistere e poter essere importanti anche quando non si è i migliori.