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Maratona  Sostakovic50 a Villa di Donato

  • Ida Palisi
  • Ottobre 21, 2025
  • 11:23 am
  • Musica

Maratona  Sostakovic50 apre la stagione autunnale di concerti e performance teatrali a Villa di Donato, mercoledì 22 ottobre alle ore 20.30. In occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Dmitri Sostakovic, David Romano al violino e Diego Romano al violoncello con Massimo Spada al pianoforte eseguiranno il Trio op. 67 per violino, pianoforte, violoncello e con Valerio Capilli al violino e Raffaele Mallozzi alla viola,  il Quintetto op. 57 per due violini, viola, violoncello e pianoforte del grande compositore russo. Il concerto sarà preceduto alle ore 18.30 dalle prove aperte (e ad accesso gratuito su prenotazione) per studenti del Conservatorio e per musicisti.

Dimitri Šostakovič è considerato tra i più importanti compositori di scuola russa e della musica del Novecento.  Fu censurato per la sua musica sotto il  governo di Stalin e poi riabilitato alla morte del dittatore, fino a diventare uno degli ambasciatori della cultura sovietica nel mondo. La sua musica combina la tradizione russa e le correnti moderne dell’Occidente con grande originalità e uno stile molto personale, con forti contrasti ed elementi grotteschi, con una componente ritmica prominente.

Come di consueto in Villa di Donato, a quello musicale seguirà un momento conviviale dove gli ospiti potranno dialogare con gli artisti e assaggiare piatti “a tema” con la stagione e il concerto: lasagna di zucca, taleggio e noci; zuppa di fagioli, funghi e castagne e torta pavlova.

Biglietto Unico: 40 euro – Ridotto per i Magnifici77: 30 – Under 35 ed artisti: 25 euro

prenotazioni@villadidonato.it  È previsto servizio transfer col Bussino al costo unico di 10 euro a/r da diversi punti della città, previa prenotazione.

Sostakovic Maratona50

Trio op. 67 per violino, pianoforte, violoncello

Quintetto op. 57 per due violini, viola, violoncello e pianoforte

David Romano e Valerio Capilli – violini

Raffaele Mallozzi – viola

Diego Romano – violoncello

Massimo Spada –pianoforte

Sostakovic, si sa, non ebbe rapporti facili e tranquilli con il potere politico in Unione Sovietica e in più di una occasione i responsabili delle questioni ideologiche e culturali del suo paese intervennero per scomunicare o per lo meno censurare alcune composizioni dell’illustre musicista, costretto a volte ad umilianti ritrattazioni, in cui era evidente la preoccupazione dell’artista di difendere le proprie scelte linguistiche e tecniche. Naturalmente, al di là delle polemiche e delle discussioni sulla complessa personalità di questo musicista, resta il fatto che in Sostakovic, specie in quello cameristico, non si è mai verificato un netto diaframma fra il tipo di linguaggio scelto e la spontaneità dei sentimenti espressi secondo le fondamentali leggi della tonalità. In tal senso il Trio op. 67, scritto nel 1944, in un periodo particolarmente drammatico della storia sovietica, è indicativo della natura schiettamente umana dell’artista, aperto ai problemi del nostro tempo e preoccupato di comunicare un messaggio comprensibile a tutti. Sotto questo aspetto va sottolineato come Sostakovic, dopo il disgelo politico e culturale post-staliniano, abbia sollecitato i giovani compositori del suo paese a conoscere «le correnti che sono di moda nella musica contemporanea europea per poter combattere con maggior successo contro ogni illusoria tentazione della novità ad ogni costo».

Il Trio inizia con un Andante di impianto melodico di piacevole musicalità, mentre il secondo tempo ha un andamento estrosamente ritmico e caratterizzato da idee di accattivante freschezza inventiva. Il Largo, forse il momento più intensamente felice della composizione, è contrassegnato da un lirismo introspettivo e meditativo, affiorante spesso nella poetica del migliore Sostakovic. Il Trio si conclude in un brillante gioco di chiaroscuri e tra slanci di allegre e fosforescenti sonorità.

Il Quintetto in sol minore fu composto nel 1940: quindi circa cinque anni dopo il notissimo episodio che si inserisce nella produzione musicale di Sciostakovic determinandone la divisione in due versanti distinti. Ci si riferisce alla pubblicazione sulla Pravda di un articolo (pare dettato personalmente da Zdanov) in cui l’opera Katerina Ismailova, che già da due anni raccoglieva sui palcoscenici di Leningrado vasti consensi da parte del pubblico e della critica più avveduta, veniva violentemente e «ufficialmente» attaccata come prodotto di un’arte estranea alle aspirazioni delle masse. Sciostakovic, che fino ad allora aveva dimostrato di sapere e di volere partecipare alle vicende e alle battaglie della musica, alle ricerche più avanzate che si sviluppavano tra le avanguardie violentemente e «ufficialmente» attaccata come prodotto di una musicalità tutta segnata dall’estro e dall’esuberanza del «temperamento», sottopose il suo stile, a partire da quel momento, a radicali mutazioni, dirottando la miracolosa, istintiva naturalezza della sua invenzione musicale verso formule la cui appartenenza alla più consolidata tradizione nei campi dell’armonia e degli schemi costruttivi, e la cui semplicità sotto il profilo della definizione melodica e contrappuntistica, garantivano la immediatezza della comprensione e una fruibilità quasi del tutto aproblematica.

Nella produzione sinfonica di Sciostakovic risulta assai agevole individuare il momento preciso di tale svolta: la Quinta sinfonia, sottotitolata dallo stesso autore Risposta pratica di un artista sovietico ad una giusta critica. Diverso è il caso della musica da camera, in cui la situazione si presenta più sfumata; sia perché in questo settore Sciostakovic aveva investito alcune delle sue migliori risorse di innovatore; sia perché, anche successivamente alla critica e all’autocritica, continuò a coltivare – sebbene sporadicamente – alcuni temi di ricerca.

Tuttavia non è azzardato indicare proprio in questo Quintetto una delle opere più significative dei nuovi ideali di chiarezza e di semplicità verso cui si rivolse la musica di Sciostakovic dopo lo sperimentalismo degli anni giovanili. La limpidezza dell’impianto costruttivo, la linearità dell’invenzione e dell’elaborazione tematica, la trasparenza degli intrecci contrappuntistici, la sobria eleganza della veste timbrica, conferiscono al lavoro un senso di impeccabile scorrevolezza, tale da farci chiedere se quello della «facilità», piuttosto che un limite o un fine imposti in determinate circostanze storiche dalle esigenze di chi ascolta, non sia il dono che Sciostakovic sempre possiede nel distendere la sua scrittura musicale. Quest’ultima si snoda senza il minimo cedimento, a determinare la piena omogeneità della composizione: dall’iniziale Preludio che si conclude con l’esposizione ordinatissima – diremmo «didascalica» – di una fuga, alla schietta animazione dello Scherzo; dal discreto lirismo dell’Intermezzo alla rinnovata vitalità del Finale, che conduce il brano ad un congedo non privo – persino – di una sottile ingenuità.

Immagine di Ida Palisi

Ida Palisi

Giornalista professionista, esperta di comunicazione sociale, dirige l’Ufficio Comunicazione Gesco. Collabora con il Corriere del Mezzogiorno per le pagine della Cultura e del Primo Piano.
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Il principe e la ragazzina, Marilù Simoneschi e il memoriale della moglie di Totò

Totò e Diana, la verità sulla storia d’amore con la donna che ispirò “Malafemmena”. A quasi 60 anni dalla morte del grande artista, Marilù Simoneschi racconta il Totò lontano dalle luci del palcoscenico nel romanzo-verità Il principe e la ragazzina, pubblicato da Marlin Editore con uno scritto di Giancarlo Governi.  Il libro sarà presentato in anteprima al Campania Libri Festival a Palazzo Reale (sala conferenze Sciurella al primo piano) a Napoli domenica 4 ottobre alle ore 12. Con l’autrice Marilù Simoneschi interverranno: l’editore Sante Avagliano e il giornalista e critico cinematografico Antonio Fiore. Le letture saranno affidate alla giornalista e attrice Roberta D’Agostino. Modera Ida Palisi.  Al centro della storia c’è la testimonianza di Diana Bandini Rogliani, moglie di Totò (scomparsa nel 2006) e madre di Liliana De Curtis. Diana affidò a Marilù Simoneschi un racconto-memoriale della propria vita accanto all’artista, autorizzandone la pubblicazione. A partire da quella testimonianza, l’autrice ricostruisce un ritratto privato del «principe della risata»: l’uomo, il marito e l’amante, con le sue passioni, le fragilità, le contraddizioni e gli eccessi.  Una storia che arriva fino agli ultimi giorni di vita di Totò e che contiene un episodio rimasto finora sconosciuto, destinato a gettare una nuova luce sul rapporto tra l’artista e Diana e sulle sue volontà in fin di vita.  Con discrezione e rispetto per la voce di Diana, Simoneschi accompagna il lettore nella dimensione privata dell’artista: il rapporto con la madre e con il padre ritrovato in età adulta, l’attenzione verso la povera gente, l’amore per gli animali e in particolare per i cani, le paure legate alla minaccia fascista e le fughe, fino agli altri grandi amori della sua vita, compreso quello con Silvana Pampanini, che contribuì alla fine del matrimonio con Diana.  Al centro del libro resta però la lunga e tormentata relazione tra Totò e Diana: un amore fatto di passione, tradimenti, separazioni e riconciliazioni, segnato dalla nascita della figlia Liliana e destinato a lasciare una traccia profonda nella vita di entrambi.  UN MEMORIALE RIMASTO PRIVATO  «Ho incontrato Diana Bandini Rogliani nel lontano 1989, dopo averla convinta, con la collaborazione della figlia Liliana De Curtis, a registrare un racconto-memoriale». Così Marilù Simoneschi ricorda l’inizio del lungo lavoro che ha portato alla nascita del libro. «Diana aveva allora 73 anni, ma era ancora una bellissima signora, di quell’eleganza discreta fatta di abiti di buona fattura, capelli in ordine, profumo lieve e perdurante. Ma soprattutto mi colpì la sua lucida intelligenza, la precisione degli elementi del racconto e la sua fiducia nel farmi partecipe di ricordi per lei preziosissimi. E di particolari inediti e a dir poco strabilianti, inerenti alla sua intensa storia d’amore con il Principe della risata». Gli incontri proseguirono per quasi un mese. «Più volte l’ho vista piangere, molto presa emotivamente dai momenti salienti di quel racconto. Di una cosa sono certa: Totò è stato per moltissimi anni, e anche al di là della sua effettiva presenza, il suo credo, la sua ragione di vita. E che in fondo lei ne è stata ricambiata in egual misura».  Proprio nelle ultime pagine del memoriale emerge un particolare legato agli ultimi giorni di vita di Totò, rimasto sconosciuto ai più e destinato, secondo l’autrice, a modificare la lettura della loro storia.  LE PAROLE DI GIANCARLO GOVERNI  Secondo Giancarlo Governi, autore, giornalista e storico divulgatore della figura di Totò (basti ricordare il celebre programma “Pianeta Totò”), il memoriale di Diana Rogliani rappresenta una testimonianza particolarmente significativa per ricostruire la vicenda privata dell’artista. «Solo oggi, attraverso il libro di Marilù Simoneschi, ho finalmente appreso quella che sembra la versione più attendibile, poiché dettata dalla viva voce di Diana Rogliani, in un memoriale esclusivo in cui, per la prima volta, ha aperto il cuore, svelando eventi e segreti mai resi noti in precedenza. Finalmente, attraverso questa lunga e accorata confessione, si sgombra il campo da tante false narrazioni sulla loro lunga e intricata storia d’amore, molto simile a un romanzo, ma in verità drammatica, sofferta e densa di ogni sentimento sincero».  IL LIBRO  Il romanzo-verità, costruito a partire dalla lunga intervista di Marilù Simoneschi a Diana Rogliani e narrato in prima persona attraverso la sua voce, prende avvio dall’incontro tra Totò e la giovanissima Diana, avvenuto a Firenze nell’agosto del 1931, al teatro «Le follie estive».  Totò, allora trentatreenne e già all’apice della notorietà, rimase colpito dalla bellezza della quindicenne Diana. In lei riconobbe l’ideale femminile che aveva inseguito fin da ragazzo, quando, ancora povero e senza padre, era rimasto affascinato dal volto di una giovane donna raffigurato su un manifesto pubblicitario affisso sui tram di Napoli, una ragazza che presentava una forte somiglianza con Diana.  Nonostante la differenza d’età e le convenzioni sociali dell’epoca, tra i due nacque una passione immediata. Totò dichiarò di voler sposare Diana, incontrando l’opposizione della famiglia. Determinata a seguirlo, la ragazza fuggì in segreto dal collegio Demidoff di Firenze, dove studiava, prese un treno per Roma e raggiunse Totò.  La fuga provocò una denuncia da parte della futura suocera per sottrazione di minore e segnò l’inizio di una relazione attraversata da passioni, eccessi, tradimenti, separazioni e ritorni. Dalla loro unione nacque Liliana, ma il matrimonio fu segnato anche da altre relazioni, tra cui quella di Totò con Silvana Pampanini, fino alla rottura definitiva.  Il libro arriva agli ultimi giorni di vita dell’artista e svela un segreto che Diana Rogliani non aveva mai raccontato prima: un episodio avvenuto pochi giorni prima della morte di Totò, nel 1967, che getta una nuova luce sulla figura dell’attore e sulla storia d’amore tra i due.  L’AUTRICE  Marilù Simoneschi vive e lavora a Roma. Giornalista, ha collaborato con i principali settimanali italiani, tra cui Gente e Oggi, intervistando protagonisti del cinema, della televisione, dello spettacolo e della politica.  Con Lino Zani ha pubblicato Era santo, era uomo. Il volto privato di papa Wojtyla (Mondadori, 2014), dedicato alla dimensione privata e alla vita in montagna di Giovanni Paolo II. Dal libro è stato tratto l’omonimo film. L’opera ha ottenuto un significativo successo editoriale ed è stata tradotta in diverse lingue.  ...
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