Michele Santeramo è l’autore del monologo Gennaro Jovine – Fantasmi, che vede Arturo Scognamiglio, regista e interprete del testo, in scena dal 24 ottobre alla sala Assoli- Moscato. Il monologo è parte del ciclo drammaturgico ideato da Santeramo e dedicato ai grandi personaggi del teatro.
Un percorso che, negli anni, ha visto alternarsi interpreti d’eccezione come Silvio Orlando, Laura Marinoni, Sonia Bergamasco e Rocco Papaleo.
Il progetto Fantasmi raccoglie una serie di testi in cui i personaggi del grande repertorio teatrale tornano dal “buio del palcoscenico” per dialogare con il pubblico di oggi.
Santeramo rilegge i classici con una visione profondamente contemporanea, capace di attingere
al passato per interrogare il presente. Non si tratta di una semplice riproposizione, ma di un incontro tra epoche:
i “fantasmi” portano con sé le loro esperienze, le lezioni apprese dalla vita – reale o teatrale – e le condividono con lo spettatore in un confronto vivo, ironico e spesso spiazzante.
Santeramo, il Fantasma di turno è un mezzo per far emergere qualcosa che “vive sotto traccia”, nel caso di Jovine cosa viene fuori?
I Fantasmi nascono perché io avevo bisogno di risposte a domande banali, così banali che non me le ponevo nemmeno più.
Per esempio: tra la guerra e la pace, io che scelgo? Una volta in tv ho visto una signora che tenendo in braccio suo figlio appena ammazzato urlava: basta, vi prego, che vi costa? Non chiedeva vendetta.
Diceva: basta. La signora, tra guerra e pace, aveva fatto la sua scelta. Noi?
Una delle ‘indicazioni’ drammaturgiche è che lo spettatore non deve essere solo “osservatore”, ma diventare parte della scena, in che modo avviene ciò durante lo spettacolo?
Il tentativo è di rivolgersi direttamente allo spettatore, di porre continuamente domande alle quali non si chiede risposta ad alta voce, domande che però vengono poste veramente, in modo che lo spettatore cerchi, se ne ha voglia, nella sua esperienza, le proprie personali risposte.
Il Fantasma scelto (Jovine) ha legami con il teatro napoletano (Eduardo), esiste un richiamo forte al “luogo”?
Esiste un richiamo forte all’esperienza del personaggio che in Eduardo parte da Napoli e diventa assoluta e universale.
La straordinaria grandezza dei rari autori come De Filippo sta anche nel fatto che ciascuno spettatore, ciascun lettore, può collocare i personaggi di Eduardo nei suoi propri paesaggi, nelle sue strade, nell’eco di Napoli che arriva in qualunque vicolo del mondo.
La tematica della guerra, della perdita, dell’eroe “invisibile” diventa strumento per interrogarsi sul presente?
Io appartengo ad una delle generazioni più fortunate della storia, una generazione che la guerra non l’ha dovuta vivere. Interrogo Gennaro Jovine su cosa sia la guerra proprio perché voglio tenermi il più a lungo possibile la mia fortuna: non viverla.
Noi ne abbiamo sentito parlare però, da tutta la vita, così corriamo il rischio di farne una compagnia quotidiana a cui non diamo troppo peso. Gennaro l’ha vissuta, la conosce, per questo credo sia utile che, in questo presente, ce ne parli.
Quale legame ha con Napoli?
Napoli, per me che non ci ho mai abitato tanto a lungo, è il ricordo chiarissimo e concreto di una vita che non ho mai vissuto davvero. Proprio così. Ma a pensarci, si tratta di una vita che invece ho vissuto, grazie a Eduardo, a Pino Daniele, a Massimo Troisi, a tutti quelli che fanno arrivare l’eco di Napoli in ogni strada del mondo.