C’era una volta il monopattino elettrico: ecologico, comodo e libero. Libero di sfrecciare ovunque, di fare lo slalom tra pedoni tipo Alberto Tomba, di ignorare i semafori come fossero i consigli d’amore di Valeria Marini.
Ma dal 16 maggio 2026 si cambia strada. E pure casco.
Il Decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha deciso: i monopattini diventano ufficialmente “grandi”. Niente più guida ribelle: ora servono assicurazione RC, targa e casco obbligatorio. Praticamente un rito di passaggio. Manca solo la patente, il certificato di sana e robusta costituzione e l’aiuto da casa, per adesso.
È obbligatorio quindi, da metà maggio, avere la targa: piccola, visibile e adesiva. Un contrassegno identificativo plastificato e non rimovibile, stampato nientemeno che dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. Insomma, roba seria, mica un post-it con quattro numeri a caso.
Per ottenerla bisogna entrare nella piattaforma digitale della Motorizzazione (tramite SPID o carta d’identità elettronica), pagare tramite PagoPA e sborsare la cifra — attenzione, rullo di tamburi — di 8,66 euro.
Chi circola senza targa rischia una multa tra 100 e 400 euro, con possibilità di pagamento ridotto entro 5 giorni.
Altro passaggio fondamentale: l’assicurazione RC obbligatoria. Il costo medio? Tra 25 e 150 euro all’anno, ma le polizze base si aggirano spesso tra i 30 e i 50 euro.
In pratica, il monopattino entra ufficialmente nel mondo delle responsabilità. Non è più il cugino giovane e scapestrato della mobilità urbana: è diventato uno che paga le bollette, con la testa sulle spalle.
E a proposito di testa: il casco è obbligatorio. Sempre. Non solo per i minorenni, non solo “quando fa freddo” o quando non si vogliono “sconcicare” i capelli. Sempre. Perché — sorpresa — cadere da un monopattino a 20 km/h sull’asfalto non esattamente un’esperienza zen.
Ma perché tutto questo? La risposta è semplice: non sono giocattoli. E la strada non è una pista di macchine tozzi tozzi (per quelli sopra Caianello, le autoscontro).
Negli ultimi anni si è visto di tutto: monopattini sui marciapiedi a velocità supersoniche, slalom tra le auto degno di Snake — il famoso videogioco anni ’90 — pedoni trattati come birilli e semafori ignorati come i congiuntivi da Malgioglio.
Il problema è che a rimetterci sono tutti, ma soprattutto i più fragili: anziani, bambini, chi semplicemente sta camminando sul lungomare per godersi il mare senza voler partecipare a una gara clandestina.
E i più giovani? Il Codice della Strada è chiaro: vietato l’uso sotto i 14 anni. Quindi, cari aspiranti piloti, è il momento di fare un passo indietro. O meglio: di tornare alla bici.
Quella vera. Senza motore. Senza app. Senza password.
E qui arriva il colpo di scena: tutte queste regole non si applicano alle biciclette elettriche (e ovviamente nemmeno a quelle tradizionali). Che diventano, improvvisamente, l’alternativa più semplice e senza burocrazia.
Il monopattino cresce, si regolamenta, si responsabilizza. E forse è un bene. Perché la libertà di muoversi è fantastica, ma senza regole rischia di diventare pericolosa.
Quindi sì: casco in testa, targa ben incollata e assicurazione pagata.
E magari è anche il momento di rispolverare la vecchia Graziella o la mitica BMX. Per chi è cresciuto negli anni ’90, erano più di mezzi di trasporto: erano status symbol, passaporti sociali, strumenti di libertà vera. Altro che monopattino condiviso con batteria al 12%.
Noi giocavamo in strada. Le “ludoteche” erano, al massimo, l’oratorio della chiesa.
E sì, magari servirebbe un altro decreto — ironico ma neanche troppo — per riportare i bambini fuori, per strada, sulle bici, magari obbligandoli pure ad andare a scuola pedalando.
Perché diciamolo: oggi accompagniamo i bambini a scuola e parcheggiamo l’auto davanti alla classe. Che, se ci sporgiamo un attimo, vediamo pure la lavagna.
Anzi no, quella è la LIM.
Ma questa è un’altra storia.