Napoli apre le porte a uno dei capitoli meno noti ma più affascinanti della carriera di Joan Miró. E lo fa in un luogo che, di per sé, è già racconto: la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, gioiello della Napoli antica e oggi centro pulsante della vita culturale grazie al lavoro dell’Associazione Pietrasanta Polo Culturale. Nata nel 2011 per volontà di Raffaele Iovine, diventata ONLUS nel 2018, l’associazione ha trasformato questo complesso monumentale in un ponte tra storia e contemporaneità, rendendolo un punto focale per il crescente turismo che cerca nella città il dialogo tra arte, mito e tradizione. La bellezza della Pietrasanta — le sue pietre secolari, la verticalità delle navate, la luce che taglia gli spazi come un gesto grafico — diventa così parte integrante dell’esperienza espositiva.
La mostra “Joan Miró: per poi arrivare all’anima”, aperta al pubblico dal 5 dicembre 2025 al 19 aprile 2026, offre uno sguardo inedito sull’artista catalano, concentrandosi sul suo rapporto con la parola e la grafica. Prodotta da Navigare srl, con il patrocinio del Comune di Napoli, del Consolato di Spagna e dell’Instituto Cervantes, e in collaborazione con Lapis Museum, l’esposizione riunisce circa 100 opere — litografie, acquetinte e acqueforti — provenienti da collezioni private. Suddivisa in sette sezioni tematiche, racconta la sperimentazione tecnica e poetica di Miró, evidenziando la sua capacità di trasformare la parola in segno visivo e la grafica in materia espressiva. La mostra è curata da Achille Bonito Oliva, che ha guidato l’allestimento con attenzione sia all’aspetto tecnico sia alla dimensione poetica del segno.
Secondo Bonito Oliva, Miró non è solo un maestro del colore, ma un artista che “apre un nuovo universo” e porta l’arte “dalla vista alla visione”. Il critico legge il suo lavoro grafico come uno dei territori più liberi e rivelatori della poetica mironiana: un luogo in cui l’artista esercita un nomadismo culturale ed eclettico, reinventando la realtà e lasciando scorrere una memoria soggettiva che “pulsando come sangue” anima il segno. È in questa chiave che il curatore ha costruito il percorso espositivo: per mostrare un Miró radicale, essenziale, capace di trasformare la parola in immagine e l’immagine in gesto.
Joan Miró (1893–1983) è noto come pittore di colori vibranti e forme sospese tra sogno e realtà, ma la sua ricerca non si è mai limitata al pennello. L’artista ha sempre considerato la parola un materiale plastico, capace di dialogare con l’immagine con la stessa intensità visiva. Ha collaborato con poeti e scrittori come Tristan Tzara, Paul Éluard, Michel Leiris, René Char, Jacques Prévert, Raymond Queneau e Joan Brossa, senza mai tracciare confini netti tra letteratura e arti visive. Lettere, parole e frammenti calligrafici diventano segni autonomi, portatori di ritmo e dinamica. L’influenza della calligrafia orientale — cinese e giapponese — rafforza l’idea che il gesto sia già significato e possa diventare “musica per gli occhi”.
Le serie grafiche degli anni Venti, come le Peinture-poème, anticipano la Poesia Visiva degli anni Sessanta. Negli anni del secondo dopoguerra, la grafica diventa il laboratorio del gesto, come dimostra la litografia del 1976 Peinture = Poésie, manifesto della perfetta equivalenza tra parola e immagine, tra segno pittorico e scrittura.
Nel Novecento, la grafica è terreno privilegiato per le avanguardie: flessibile, sperimentale, immediata. Per Miró diventa il mezzo per misurare l’intensità del segno e sperimentare la fisicità del gesto. Litografie, acquetinte e acqueforti rivelano la sua libertà espressiva, capace di trasportare su carta l’energia della pittura e l’immediatezza della calligrafia.
La mostra napoletana permette di osservare un Miró meno noto: l’artista che interroga il linguaggio, che esplora il rapporto tra segno e significato, che trasforma la parola in immagine. Nel percorso, Bonito Oliva invita a leggere la grafica mironiana come uno spazio mentale, una soglia in cui — sostiene — “la visione diventa una forma di pensiero”.
Visitare “Joan Miró: per poi arrivare all’anima” significa entrare nella bottega creativa del maestro, osservare prove e variazioni, e scoprire un Miró “artigiano del segno”, poeta del gesto. Con circa 100 opere in sette sezioni, l’esposizione celebra l’artista visionario e l’uomo che cercava — come diceva — di risvegliare “prima una sensazione fisica, per poi arrivare all’anima”.