Lunedì, 04 Marzo 2024

I funerali di Francesco Pio e la generazione a cui manca il respiro

di Sergio D’Angelo

“Mi manca il respiro”. Sono state le ultime parole di Francesco Pio Maimone, prima di morire. E il respiro è mancato anche a me ai suoi funerali. Parlo proprio di una reazione fisica, che ritorna tutte le volte che continuo a pensarci.

Ne ho viste di cose dure da digerire nella mia vita, ma i funerali di Francesco Pio sono stati un evento straziante, uno di quelli impossibili da dimenticare. Le parole colme di disperazione della sua giovanissima sorella, le lacrime dei ragazzi del quartiere sulle magliette bianche che indossavano, i volti attoniti degli adulti senza più parole da dire a fotografare l’impotenza di un ruolo esautorato, svuotato di senso e autorevolezza, di chi comprende di non saper essere più una guida.

E le parole dei giorni successivi. Sempre le stesse. Sempre più vuote e rituali. Il numero delle contravvenzioni stradali elevate, delle persone identificate a caso, dei parcheggiatori sanzionati. Come a far finta che questo elenco possa essere una risposta alla morte di un ragazzo di 18 anni per mano di un ragazzo appena più grande. Che possa avere almeno una funzione di deterrenza perché domani non accada. Io non credo che sarà così. L’ho visto accadere troppe volte in forme sempre uguali, per non sapere che è solo materia inerte buona a riempire gli spazi vuoti fra un episodio di cronaca nera e l’altro.

Nessuno restituirà Francesco Pio ai suoi genitori, alla sua famiglia, ai suoi amici. Nemmeno le richieste di maggiore sicurezza, anche queste rituali che si traducono in una mera esibizione di numeri. Algide cifre con l’ambizione velleitaria di dimostrare che si sta facendo qualcosa. Invece non si sta facendo quello che servirebbe. Non si sta facendo niente, se non si sta immergendo le mani nella materia ruvida della condizione dei giovani di questa città, dove invece dovremmo sporcarcele per riconoscere il risultato inevitabile di tutti i fallimenti, di tutte le omissioni, di tutte le volte che si è girato la testa facendo finta di non vedere.

I discorsi complessi sono accusati di essere buonisti, velleitari, idealistici, ma è forse più realistico invocare ogni volta più polizia? Di quanti poliziotti avremmo bisogno per pensare che i nostri figli siano al sicuro? Di uno a testa, o neanche basterebbe? La soluzione della tolleranza zero è la più efficace per dire alla pancia dell’opinione pubblica quello che vuole sentirsi dire, ma non è una soluzione per la semplice ragione che è impraticabile. Molto di più di quelle politiche sociali, di quell’esercito di educatori, di un’offensiva di massa per rompere il muro dell’incomunicabilità che una generazione ha costruito contro di noi perché pensa che non abbiamo niente da dirgli e niente da insegnargli. Una generazione a cui manca il respiro.

Author: Redazione

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