L’otto marzo su Instagram succede una cosa meravigliosa: improvvisamente diventiamo tutti poeti.
Spunta la citazione famosa, la storia femminista, la foto in controluce con la mimosa strategicamente inclinata. Le bacheche si riempiono di giallo evidenziatore, frasi in corsivo su sfondo rosa cipria e canzoni di Fiorella Mannoia in sottofondo, perché “Siamo così, dolcemente complicate” fa più engagement di qualsiasi report ISTAT.
È il giorno in cui anche l’algoritmo si tinge di femminismo: #GirlPower #Sorellanza #8marzo.
Peccato che, spesso, siano gli stessi account che undici mesi l’anno commentano “chiattona” sotto le foto di BigMama.
L’8 marzo siamo tutti a favore delle donne.
Il 9 torniamo a essere commissione giudicante permanente del corpo e delle scelte altrui.
All’estremo opposto c’è il fronte del “non chiamatela festa”, quello del “la mimosa sai dove mettertela”.
Le allergiche agli auguri, le insofferenti alle cene in pizzeria, le stanche del marketing travestito da coscienza sociale. E hanno anche ragione: la parità non si serve con la torta mimosa in omaggio sul menù a trentacinque euro.
Ma anche qui è forte il rischio di trasformare la critica legittima in una gara a chi è più pura ideologicamente.
Da una parte le glitterate, dall’altra le incazzate. Due universi paralleli che non si sfiorano, se non per lanciarsi sospettose battute passivo-aggressive.
E se uno dei nodi dell’8 marzo fosse proprio questa distanza?
Se il corto circuito non fosse tra chi festeggia e chi rifiuta, ma tra ciò che diciamo e ciò che facciamo negli altri 364 giorni?
Perché la verità è che siamo ancora lontani dalla festa.
I dati più recenti raccontano che in Italia le donne guadagnano in media circa il 20% in meno degli uomini e che il tasso di occupazione femminile resta molto più basso rispetto a quello maschile.
Numeri freddi, certo. Ma dietro quei numeri ci sono carriere interrotte, part-time obbligati, maternità vissute come colpe professionali.
Non sarà una festa finché “mestruazione” si sussurra come una parolaccia medievale e un padre che cambia un pannolino diventa un “mammo”, specie protetta da documentario.
Non sarà una festa finché a una donna in riunione che alza la voce si diagnostica un ciclo imminente, mentre a un uomo nella stessa scena si assegna automaticamente la leadership e magari pure un aumento.
Non sarà una festa finché la domanda “Ma quando fai un figlio?” resta un giudizio travestito da curiosità e “Come concili lavoro e famiglia?” si rivolge solo alle madri, come se i padri fossero solo comparse, pezzi di una scenografia chiamata “famiglia tradizionale”.
La cultura della disparità non vive solo nei grandi numeri: abita nelle microfratture quotidiane, nelle parole.
“Machiaccio” detto a una bambina suona quasi come un incoraggiamento; “femminuccia” detto a un bambino è un insulto. È lì che si annida una parte problema: nel linguaggio che usiamo senza pensarci, nelle risatine, nelle etichette distribuite con leggerezza.
Sulle carte la parità c’è. Nei post pure.
Nella realtà, molto meno.
Forse una piccola rivoluzione culturale potrebbe cominciare nello smettere di chiamarla festa. Senza dividersi in chi la festeggia e chi non la festeggia.
Chiamarla Giornata internazionale della donna non è formalità, è onestà. Le feste celebrano traguardi raggiunti. Le giornate internazionali ricordano diritti ancora da difendere.
L’8 marzo non è solo un mazzo di mimose e non è nemmeno una guerra tra chi brinda e chi fa finta di nulla. È uno specchio. Interroga uomini e donne, aziende e istituzioni, il linguaggio, la scuola, le famiglie. Ci chiede perché nel 2026 dobbiamo ancora spiegare che la parità salariale non è un capriccio femminista e che il rispetto non è un’opzione.
La festa potrà arrivare.
Magari quando la domanda sui figli verrà fatta a entrambi i genitori con la stessa naturalezza.
Quando una donna autorevole non sarà definita isterica e un uomo che mostra la sua fragilità non sarà chiamato “ricchione”.
Quando si smetterà di parlare di parità delle donne come di una conquista ma come di diritti già acquisiti.
Fino ad allora, postiamo pure le citazioni. Regaliamo pure mimose.
Ma dopo aver chiuso Instagram, ricordiamoci che le rivoluzioni non si fanno con le Stories: si fanno con le scelte. Piccole, quotidiane, scomode.
Personali.
Ricordiamocelo l’8 marzo.
E tutti gli altri giorni.
Lo dobbiamo a Nina, Emilia, Antonio e Gennaro.
Alle bambine e ai bambini che saranno gli adulti del nostro futuro.