Ogni anno la stessa storia. Cambiano le canzoni, cambiano i conduttori, cambiano le polemiche. Ma c’è una costante: quando vince un napoletano, parte la macchina dell’odio.
Ha vinto Sal Da Vinci? Apriti cielo. Social invasi da offese contro i napoletani: “che schifo di canzone”, “sono pacchiani”, “imbrogliano col televoto”, fino al sempreverde “Vesuvio lavali col fuoco”.
Un repertorio che non passa mai di moda, evidentemente più evergreen di qualsiasi brano in gara al Festival di Sanremo.
E allora fermiamoci un attimo. Perché questo livore merita un approfondimento serio.
Facciamo un esempio semplice. L’anno scorso perde Giorgia e vince Olly, che è di Genova. Avete forse letto insulti contro i genovesi? Meme contro il pesto? Crociate contro le Cinque Terre? Qualcuno ha scritto che “i liguri truccano il televoto”?
No. Si discute la canzone, al massimo si critica la giuria. Fine.
Vince un napoletano, invece, e improvvisamente non si parla più di musica. Si scomodano Pino Daniele, i matrimoni “pacchiani”, le bomboniere, i neomelodici, il Vesuvio, il televoto truccato. Tutto fa brodo pur di non dire la cosa più semplice del mondo: ha vinto perché è piaciuto.
“Per sempre sì” non è il problema. Non lo è Sanremo. Il problema è il risentimento che una parte del Paese prova verso Napoli e i napoletani. Un fastidio che scatta automatico, quasi fosse un riflesso involontario. Come se per ogni successo i napoletani dovessero chiedere pure scusa. Come se dietro ogni vittoria dovesse esserci per forza un trucco, un “pacco”.
E basta anche con questa narrazione del “riscatto”. Non è il riscatto dei napoletani. Ma riscatto da cosa, esattamente? Non dobbiamo riscattarci da nulla. Non da una canzone, non da un televoto, non da uno stereotipo. Ha vinto perché la canzone è arrivata. Punto.
Il resto è invidia travestita da critica musicale. È quella faccia verde che tutti conosciamo, quella che compare quando qualcosa non ci piace e invece piace a milioni di persone.
Si può non amare un brano. Si può tifare per un altro artista. Ma quando dalla critica si passa all’insulto territoriale, non stiamo più parlando di musica. Stiamo parlando di pregiudizio.
E allora diciamolo chiaramente: il problema non è Napoli che vince. Il problema è chi non sopporta che Napoli vinca.
Perché se una canzone scatena questo odio, il problema non è il Festival.
È un problema culturale.
E per quello, purtroppo, non basterà cambiare canale.