Nella storica Sala del Mandato dell’Arciconfraternita dei Pellegrini si è tenuta la presentazione del volume di Ortensio Zecchino Perché non possiamo non dirci “cristiani” (Rubbettino, 274 pp., 18 euro),
un saggio che riporta al centro del dibattito pubblico uno dei testi più intensi di Benedetto Croce, apparso per la prima volta sulla Critica nel novembre del 1942.
Il pubblico ha affollato questo luogo storico rispondendo all’ appello di Giovanni Cacace, primicerio dell’ Arciconfraternita, che invita a creare momenti di riflessione nello spirito cristiano.
Dopo i saluti istituzionali del primicerio, l’incontro ha visto una discussione ricca e articolata tra lo stesso Zecchino,
il professore di Storia del pensiero politico Gennaro Carillo e il pro-vicario generale dell’Arcidiocesi di Napoli, Monsignor Gennaro Matino,
con la moderazione che sempre spinge alla riflessione del giornalista e scrittore Marco Demarco.
Proprio Demarco, aprendo il confronto, ha offerto una chiave di lettura che ha fatto da filo conduttore all’intero incontro:
«Questo libro è scritto con attenzione, come una resistenza a non cadere nel labirinto crociano.
Zecchino è talmente consapevole della grandezza stilistica di Croce che parte proprio dalla sua scrittura, e si pone domande importanti non solo sul pensiero, ma anche sulla forma.
La sua non è la prosa di Croce: è una scrittura apparentemente leggera, ma che consente al lettore di entrare in una vicenda complessa, descritta in maniera perfetta, senza una parola di troppo».
Il cuore del dibattito ha ruotato intorno alla forza civile e morale del saggio crociano: un appello alla libertà interiore, al dovere etico di resistere al conformismo, alla necessità di dirsi “cristiani” non come atto confessionale, ma come scelta di civiltà e di coscienza.
Croce scrisse quelle pagine nella Napoli devastata dalla guerra, angosciato dalla violenza e dalla crisi della democrazia, ma con uno sguardo teso al futuro.
Monsignor Gennaro Matino, nel suo intervento, ha tagliato con chiarezza il senso del libro e della riflessione che lo accompagna, sottolineando come Croce sia stato, prima di tutto, “un uomo libero, che non ha mai sacrificato tale condizione neppure davanti ai temi più delicati e complessi”.
Una libertà, ha aggiunto, che non è mai diventata indifferenza, ma si è tradotta in impegno, in scelta, in responsabilità.
Un’osservazione che ha trovato eco negli altri relatori, in particolare in Gennaro Carillo, che ha riletto il Croce del ’42 come figura di frontiera tra pensiero laico e sensibilità spirituale, sempre attento a tenere insieme l’intelligenza critica e il rispetto delle tradizioni culturali dell’Occidente.
Da parte sua, Ortensio Zecchino ha voluto sottolineare che «questo libro non nasce da una nostalgia del passato, ma dalla convinzione che il pensiero di Croce – per la sua onestà intellettuale e il suo rigore etico – possa ancora essere uno strumento prezioso per affrontare le sfide della nostra contemporaneità.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di una parola che non si limiti a spiegare il mondo, ma che chiami ciascuno a rispondere del proprio essere uomo».
Zecchino ha anche ricostruito con lucidità il travaglio che portò Croce a scegliere il titolo definitivo del saggio, quel “dirci cristiani” con le virgolette, che suggerisce un’appartenenza più profonda di quella esteriore, una matrice di valori che innerva la coscienza europea e che non può essere rimossa senza perdere la misura dell’umano.
L’iniziativa conferma la qualità degli incontri culturali promossi dall’Arciconfraternita dei Pellegrini, che ha fatto della Sala del Mandato un punto di riferimento per la riflessione civile e spirituale in città.
Uno spazio che non è solo scenografico, ma simbolico: testimone di una lunga storia di fede, carità e cultura, e oggi più che mai laboratorio di confronto e parola libera.
L’incontro ha mostrato che il pensiero di Croce continua a interrogarci, oggi come allora, sul senso della nostra libertà e sulla responsabilità che essa comporta.
Un libro, quello di Zecchino, che non si limita a commentare un classico, ma lo riattualizza nel solco di un’urgenza etica che parla anche al nostro presente.