La salute mentale entra per la prima volta tra gli ambiti considerati nella risposta sanitaria alle ondate di calore. Una novità accolta con cautela dagli specialisti, che la interpretano come un passo importante ma ancora iniziale di un percorso più ampio.
«È un primo passo nella direzione giusta, e va accolto con favore. Ma è un inizio, non un traguardo: ora conta come verrà riempito». Con queste parole Vincenzo Barretta, psichiatra e direttore scientifico del Centro Noesis di Napoli, commenta la decisione del Ministero della Salute di includere la dimensione psicologica tra gli effetti del caldo estremo.
La misura è contenuta in una circolare del 26 giugno della Direzione generale della Prevenzione e prevede, a partire dal 2026, una sperimentazione nazionale. Il progetto punta a monitorare gli accessi ai servizi territoriali di salute mentale durante i periodi di caldo intenso attraverso una rete di strutture sentinella. Napoli figura tra le 27 città coinvolte nel sistema di allerta.
Per Barretta si tratta di un riconoscimento atteso da tempo. Finora, spiega, l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sugli effetti fisici delle alte temperature, come disidratazione, colpi di calore e problemi cardiovascolari. Tuttavia, anche la sfera psichica risente in modo significativo delle ondate di calore.
Le alte temperature, sottolinea lo psichiatra, incidono sulla qualità del sonno, che rappresenta uno dei principali regolatori dell’umore. Inoltre, diversi studi hanno evidenziato un aumento degli accessi ai servizi psichiatrici nei periodi prolungati di caldo intenso.
Un ulteriore aspetto riguarda l’uso dei farmaci in ambito psichiatrico. Alcune terapie, tra cui antidepressivi, antipsicotici e stabilizzatori dell’umore, possono interferire con la capacità del corpo di regolare la temperatura o risultare meno sicure in condizioni di disidratazione.
Per questo motivo, secondo Barretta, è fondamentale una gestione preventiva del rischio: il confronto con il medico dovrebbe avvenire prima dell’estate, e non durante le fasi di emergenza.
Il disagio legato ai mesi estivi, però, non dipende solo dal clima. Secondo lo psichiatra, esiste una combinazione di fattori sociali e psicologici che rende questo periodo particolarmente delicato per alcune categorie di persone.
Tra questi, lo svuotamento delle città e la conseguente riduzione delle reti di supporto. Le routine di cura e di relazione si interrompono proprio quando sarebbero più necessarie, soprattutto per chi vive condizioni di fragilità o isolamento.
Un dato strutturale rafforza questa preoccupazione: in Italia le persone che vivono sole sono circa dieci milioni e, tra gli over 75, la solitudine riguarda una quota molto significativa della popolazione.
A questi elementi si aggiunge un fenomeno più recente: la pressione psicologica generata dai social network durante l’estate.
«D’estate i feed diventano una vetrina di felicità esibita», osserva Barretta. Vacanze, gruppi di amici, giornate al mare e momenti di svago costruiscono una narrazione ideale che può amplificare il senso di esclusione in chi vive una fase di difficoltà.
Non si tratta, precisa lo psichiatra, di demonizzare i social, ma di riconoscere un meccanismo ben noto in psicologia: il confronto sociale verso l’alto, che nei mesi estivi tende a intensificarsi.
Il punto centrale non è creare allarmismo, ma offrire strumenti di lettura del fenomeno. Sentirsi soli o in difficoltà in un periodo in cui si presume di dover essere felici non rappresenta un’anomalia, ma una reazione possibile a un contesto sociale che impone la felicità come standard.
Per Barretta, la risposta più efficace non è la forzatura del benessere, ma la consapevolezza del proprio stato emotivo e la richiesta di aiuto quando necessario.
La sperimentazione avviata dal Ministero va quindi nella direzione giusta, conclude lo psichiatra, perché introduce finalmente la possibilità di raccogliere dati sistematici sull’impatto del caldo e dell’isolamento estivo sulla salute mentale.
«Misurare è il primo passo per prevenire», afferma Barretta. Solo attraverso l’analisi dei dati sarà possibile costruire interventi territoriali mirati, capaci di rispondere in modo concreto ai bisogni emergenti della popolazione.