Sara Lupoli rappresenta una delle voci più interessanti e poliedriche della danza contemporanea. Con una solida formazione internazionale e un percorso da sempre orientato alla sperimentazione, l’artista concepisce il corpo come un archivio vivente, un luogo in cui si stratificano memorie, assenze e risonanze emotive. Da sempre attratta dalle zone d’ombra della percezione e dai linguaggi ibridi, Sara Lupoli indaga i confini tra ciò che si vede e ciò che si sente.
Nel suo nuovo progetto coreografico, Lydia- i corpi dietro la voce, andato in scena di recente al Campania Teatro Festival, decide di esplorare un paradosso identitario unico: quello di Lydia Simoneschi, la più celebre doppiatrice del cinema italiano, un’icona che ha prestato la voce alle più grandi dive hollywoodiane rimanendo però un volto invisibile per il grande pubblico. In questa intervista, la coreografa ci guida dietro le quinte di una ricerca fisica intensa, dove il movimento si mette in ascolto della voce, annullando ogni distanza con lo spettatore per trasformare la performance in un incontro intimo e perturbante.
Lydia Simoneschi era una voce immortale ma senza un volto pubblico: come si traduce in danza il paradosso di un’identità così presente eppure invisibile?
La sua invisibilità è il punto di partenza di tutto il progetto, soprattutto nel modo in cui questa assenza corporea si declina attraverso la voce in una presenza invece fondamentale e tangibile, capace di arrivare allo spettatore, emozionarlo e imprimere nella sua memoria la veridicità del personaggio. Nella traduzione in danza sono partita da questa stessa ambiguità, cercando di non interpretare, ma di entrare in un dialogo attivo con una presenza che si trasforma costantemente. Il corpo così diventa un ulteriore archivio, un luogo in cui attingere a una memoria sonora e gestuale che è di per sé materia.
In questo lavoro ribalti il cinema: è il corpo che si muove dietro la voce e non il contrario. Che tipo di partitura fisica richiede questo sforzo?
Richiede un corpo in ascolto: la voce diventa una struttura invisibile che guida il movimento. La partitura nasce da tempi, respiri, pause, intenzioni. È quasi una coreografia dell’ascolto: il corpo non illustra la voce, ma ne segue le tracce, trovando una relazione sempre diversa tra immagine, voce e corpo scenico.
Il pubblico si trova a un passo da te: che tipo di tensione emotiva si crea eliminando la distanza del palco classico?
La prossimità elimina la protezione da entrambi i lati. Non c’è più un confine netto tra chi guarda e chi agisce. Ogni dettaglio diventa leggibile: un tremore, un respiro, la genesi di un’intenzione fisica. Io ambivo proprio a suscitare questo tipo di corrispondenze, a provocarle in me come performer ma anche negli altri. La presenza del pubblico modifica il corpo in tempo reale; la performance diventa un incontro più che una rappresentazione.
Cosa succede alla performance quando la voce registrata si ferma e resta solo il silenzio del corpo in scena?
Il silenzio non è un vuoto, è un’altra voce. Bisogna saperlo abitare, e non è sempre un lavoro facile: il corpo smette di essere attraversato da un elemento esterno e deve assumersi completamente la responsabilità della propria presenza. Il silenzio non è rassicurante, ma credo che in questo lavoro, come in tanti altri, sia necessario.