La storia finisce in una stanza d’ospedale: un lenzuolo, un nodo improvvisato, il silenzio della sera.
Così è morto Antonio Meglio, 39 anni, mentre era piantonato all’Ospedale San Giovanni Bosco, nel reparto di psichiatria.
Pochi giorni fa, giovedì 5 marzo, al Vomero, aveva aggredito con un coltello una penalista di 32 anni a bordo di un autobus. Un gesto improvviso, violento, incomprensibile per chi lo ha visto accadere e per chi lo ha letto il giorno dopo sui giornali.
La donna è rimasta ferita.
E probabilmente porterà con sé per sempre il dramma di quella sera.
Poi è arrivata la seconda notizia: il suicidio.
Sotto gli articoli pubblicati online sono comparsi centinaia di commenti. Alcuni dicevano: «Nu scem mancant». «Ha fatto una cosa buona, quella chiavica». «Ci pensava prima di traumatizzare quella povera ragazza».
Questi sono solo alcuni. E sono tra i meno feroci.
Non sono soltanto parole di odio. Sono soprattutto parole di paura.
Alla voce “paura”, l’enciclopedia Treccani la definisce come uno stato emotivo fatto di insicurezza, smarrimento e ansia davanti a un pericolo reale o percepito. Un turbamento improvviso che nasce quando qualcosa rompe la normalità e ci fa sentire esposti.
Ed è esattamente quello che accade quando leggiamo che una giovane donna viene accoltellata su un autobus.
La verità è semplice: abbiamo paura.
Su quel bus avremmo potuto esserci noi. O nostra sorella. O una persona che amiamo.
La violenza casuale ha questo potere: spezza la normalità e ci ricorda quanto possa essere fragile.
Ma il problema non è la paura.
Il problema è cosa ne facciamo di quella paura.
Quando la paura resta sola, senza essere compresa o condivisa, si trasforma facilmente in rabbia. E la rabbia cerca un bersaglio, qualcuno su cui scaricare l’angoscia che non sappiamo nominare.
Così nascono i commenti feroci, le frasi che cancellano l’umanità dell’altro, anche quando quell’altro non c’è più.
Quelle parole non raccontano soltanto odio. Raccontano soprattutto la paura di non essere al sicuro, la paura di non essere protetti, la paura di vivere in una società che sembra incapace di prevenire la violenza.
Ma raccontano anche qualcos’altro: una comunità che parla ancora troppo poco di salute mentale.
Viviamo in una società che spesso non cura ma allontana. Che etichetta e ghettizza. Che preferisce costruire mostri piuttosto che interrogarsi sulle fragilità.
Quando smettiamo di credere nella possibilità della cura, iniziamo a credere solo nella punizione. Vogliamo il colpevole rinchiuso, eliminato, cancellato dal nostro orizzonte. Perché così ci sentiamo più al sicuro.
Eppure non è così semplice.
È difficile fidarsi di una sanità pubblica che ha permesso a una persona sotto sorveglianza di togliersi la vita.
È difficile fidarsi di una società in cui, di fronte a un’aggressione, qualcuno pensa prima a filmare con il cellulare.
È difficile fidarsi di una comunità che giudica molto più velocemente di quanto ascolti.
Ma se la paura diventa solo rancore, non produce sicurezza. Produce soltanto altra solitudine.
La paura può salvarci la vita, perché ci mette in guardia dai pericoli. Ma se non viene trasformata in riflessione collettiva rischia di generare isolamento, violenza e vendetta.
Questa storia ha due vittime.
Una donna che dovrà convivere con il trauma di quella sera su un autobus.
E un uomo morto nella solitudine della propria fragilità.
La prima è vittima di una violenza brutale. Il secondo di una fragilità mentale rimasta senza risposta. In mezzo c’è il fallimento di una società che troppo spesso non sa prevenire né la violenza né l’abbandono.
Se continuiamo a rispondere solo con rabbia e disprezzo, rischiamo di non vedere davvero nessuna delle due.
E forse è proprio questo il rischio più grande: che la paura, invece di aiutarci a capire cosa non funziona nella nostra società, continui soltanto a dividerci.
Facendoci sentire più lontani, più soli e, alla fine, ancora più spaventati.