Gli ospedali partenopei sempre più all’avanguardia. All’ospedale Pellegrini il dottore Valentino Ducceschi, dirigente di primo livello, responsabile dell’elettrofisiologia e della cardiostimolazione, sta effettuando interventi di terapia ablativa, l’elettroporazione, della fibrillazione atriale con grande successo sia in termini di riuscita, che di numeri di pazienti sottoposti all’intervento.
Dottor Ducceschi, la fibrillazione atriale è una delle principali cause di ictus cerebrale?
Sì, possiamo considerarla la principale causa. Circa il 70% degli ictus ha origine cardiaca: si tratta di emboli che si staccano da coaguli formati nel cuore. La fibrillazione atriale è la condizione che più frequentemente favorisce la formazione di questi coaguli, che poi possono raggiungere il cervello e causare l’ictus.
Ci sono altre cause cardiache che possono generare emboli?
Una causa può essere la presenza di piccoli forellini nel cuore che mettono in comunicazione la parte destra con la parte sinistra. Un’altra può essere rappresentata da un’appendice della muscolatura cardiaca, l’auricola, dove il sangue può ristagnare e formare coaguli. Anche queste condizioni, come la fibrillazione atriale di origine cardioembolica, possono essere trattate con procedure interventistiche attraverso l’impianto di protesi: nel primo caso per chiudere il forellino, nel secondo per chiudere l’auricola tramite un apposito “tappo”.
Passando alle terapie per la fibrillazione atriale, qual è la novità principale?
Oggi disponiamo di una nuova tecnica ablativa che utilizza una forma di energia chiamata elettroporazione. È modulata in modo da danneggiare selettivamente solo i cardiomiociti. Questa energia utilizza scariche ad altissima frequenza e intensità, regolate in modo da essere lesive solo sulle cellule cardiache: non distrugge i tessuti come le tecnologie precedenti, ma apre i pori delle membrane cellulari, inattivando le cellule e portandole alla morte senza un’azione termica o meccanica.
Questo la rende più sicura?
Molto più sicura. Inoltre, ha un grande vantaggio: nell’80% dei casi la fibrillazione atriale origina da cellule “impazzite” presenti nelle vene polmonari, che devono essere isolate. Con le vecchie tecniche l’isolamento richiedeva due o tre ore di procedura e comportava rischi legati all’uso di energie distruttive. Con l’elettroporazione il rischio è praticamente nullo e la procedura è rapidissima: basta una singola applicazione per ottenere l’inattivazione della vena. Per sicurezza se ne eseguono otto per ogni vena, ma si tratta comunque di tempi estremamente ridotti rispetto al passato.
Il recupero del paziente com’è?
Il paziente viene dimesso il giorno successivo. Nonostante la sedazione profonda, è richiesto solo di rimanere a letto fino alla mattina dopo per evitare ematomi nelle sedi di puntura, perché i cateteri hanno un calibro abbastanza grande. Se ci si alza subito, si rischia la formazione di ematomi.
Tra un’applicazione e l’altra deve esserci un intervallo?
Serve solo il tempo di ricarica dell’apparecchiatura, pochi secondi. In totale le applicazioni per vena sono otto.
Quanti interventi ha già eseguito?
Complessivamente più di ottanta. Attualmente ne eseguiamo due o tre alla settimana.
Quanto costa il dispositivo?
Per ogni paziente viene utilizzato un kit monouso. Il costo è intorno ai 4.500 euro, quindi questa è la spesa per singola procedura (a carico del Servizio Sanitario Nazionale, Ndr).
La procedura riesce nella maggior parte dei casi?
La percentuale di successo è tra il 75% e l’80% dei pazienti. Non esiste alcun rischio di rigetto, perché non viene lasciato nulla all’interno del corpo.
Questa tecnologia rappresenta il futuro?
Assolutamente sì. Al momento è utilizzata per la fibrillazione atriale, ma verrà presto applicata anche ad altre aritmie. Occorre però sviluppare cateteri specifici per applicazioni puntiformi, diversi da quelli attuali che agiscono in forma circonferenziale. Le aziende stanno lavorando proprio su questo.