Massimo Masiello, attore e cantante, appassionato interprete di Raffaele Viviani, con una solida formazione artistica alle spalle.
Fin dai suoi primi esordi in teatro, cinema e televisione, ha sempre lavorato con importanti registi come: Francesco Rosi, Luca De Filippo, Carlo Giuffrè, Nello Mascia, Gigi Savoia, Riccardo Milani, Antonio Calenda, Antonio Capuano. Dirige anche alcuni dei suoi lavori e vale la pena ricordare “Gli Amici se ne vanno” intensa biografia della storia del cantautore Umberto Bindi.
Ha, inoltre, dato voce e volto a Luigi Tenco, Charles Aznavour e altri personaggi del mondo dello spettacolo.
Come si è formato artisticamente?
Il mio percorso comincia all’Accademia del Teatro Diana, sotto la guida di Guglielmo Guidi, dove ho studiato recitazione. Parallelamente ho approfondito canto e solfeggio con i maestri Antonio Sinagra, Antonio Romano e Tonino Esposito. La pratica sul campo è stata altrettanto formativa: ho debuttato giovanissimo, grazie a Leonardo Ippolito in televisione, nella trasmissione “Mezzo secolo di canzoni”, che ospitava artisti del calibro di Rosalia Maggio e Roberto Murolo e Sergio Bruni, e lì ho imparato sul palco cosa significhi emozionare davvero.
Da quel momento è iniziata la mia avventura con grandi registi. È stata una formazione totalizzante, ancorata alla tradizione napoletana, ma aperta alla contaminazione con il contemporaneo. Il teatro per me è sempre stato un luogo vivo, dove si impara facendo, sbagliando, tentando, rischiando ed io sento di avere ancora tanto da imparare.
Raffaele Viviani cosa vuol dire per lei?
Viviani è il grande cantore della Napoli più autentica, una voce che conferisce dignità a chi non ha voce. Lo interpreto non solo come autore classico, ma come narratore attualissimo: la sua scrittura è carica di umanità, dramma, risate, musica. Negli anni ho scelto di portare in scena spettacoli interamente dedicati a lui da “Io, Raffaele Viviani” con la regia di Achille Millo, alla “Lotta mi ha reso lottatore”, del quale ho curato personalmente la regia, trasformandolo in compagno di viaggio creativo. Per me Don Raffaele è un faro, una radice viva da cui attingere costantemente.
Fa anche un lavoro sui testi, in genere?
Lavorare sui testi è parte integrante del mio essere attore e interprete.
Spesso vado alla ricerca di materiali non convenzionali: lettere, articoli, testimonianze, frammenti di memoria. Li studio, li rielaboro, li porto in scena in una forma che sia mia, ma anche accessibile a chi ascolta.
Nel mio spettacolo su Viviani, per esempio, ho riletto alcune sue lettere come fossero monologhi interiori. In “Sono solo parole”, invece, ogni canzone è scelta per il suo testo, non per la melodia.
In sintesi: se le parole non mi convincono, non riesco a dirle. Devono diventare carne, respiro, sguardo.
Molti giovani artisti non reggono il peso della macchina da spettacolo, come mai questa cosa?
Perché abbiamo costruito un sistema che illude invece di educare.
La scuola dell’arte non forma più al mestiere, ma alla “presenza scenica”, al risultato. Troppa apparenza, poca sostanza.
I giovani artisti non trovano spazi dove sperimentare senza giudizio, dove sbagliare, crescere, respirare il palco con verità.
La macchina dello spettacolo, fatta di algoritmi, numeri, marketing, non ha nulla a che vedere con la fatica di creare. E così i più sensibili si spezzano, o si perdono per strada.
Servirebbero politiche culturali vere, non promozionali e figure guida che sappiano accompagnare.
Con chi vorrebbe lavorare come collega di palco e regista?
Ce ne sono tanti che stimo. Mi piacerebbe lavorare con registi capaci di scavare, di raccontare l’umano senza filtri; e sul palco, con attori generosi, presenti, veri.
Per me ogni progetto è un viaggio interiore: un modo per confrontarsi, per mettersi in gioco, per mettersi in discussione sempre. Non faccio nomi per non escludere nessuno, ma sogno incontri umani ed artistici che lascino un segno, che siano motivo di crescita, così da potermi mettere in discussione e che mi spingano a guardarmi da un’altra prospettiva; non solo collaborazioni.
Quale spettacolo ricorda con maggior piacere e perché?
Scegliere uno spettacolo è quasi impossibile: ogni personaggio che ho interpretato è un frammento del mio percorso, una tappa di crescita.
Ma se parliamo di quello che mi ha più coinvolto ultimamente, allora dico senza dubbio Masaniello, dove ho interpretato Vitale.
È un ruolo che mi ha chiesto verità, corpo, voce, sguardo. Non c’era spazio per il “giocare a essere”, bisognava esserlo davvero.
Mi ha commosso e spinto oltre i miei confini.
L’ho abitato con tutto me stesso, senza riserve.
A volte capita che un personaggio ti chiami nel momento giusto… e tu rispondi. Così è stato.