Maratona Sostakovic50 apre la stagione autunnale di concerti e performance teatrali a Villa di Donato, mercoledì 22 ottobre alle ore 20.30. In occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Dmitri Sostakovic, David Romano al violino e Diego Romano al violoncello con Massimo Spada al pianoforte eseguiranno il Trio op. 67 per violino, pianoforte, violoncello e con Valerio Capilli al violino e Raffaele Mallozzi alla viola, il Quintetto op. 57 per due violini, viola, violoncello e pianoforte del grande compositore russo. Il concerto sarà preceduto alle ore 18.30 dalle prove aperte (e ad accesso gratuito su prenotazione) per studenti del Conservatorio e per musicisti.
Dimitri Šostakovič è considerato tra i più importanti compositori di scuola russa e della musica del Novecento. Fu censurato per la sua musica sotto il governo di Stalin e poi riabilitato alla morte del dittatore, fino a diventare uno degli ambasciatori della cultura sovietica nel mondo. La sua musica combina la tradizione russa e le correnti moderne dell’Occidente con grande originalità e uno stile molto personale, con forti contrasti ed elementi grotteschi, con una componente ritmica prominente.
Come di consueto in Villa di Donato, a quello musicale seguirà un momento conviviale dove gli ospiti potranno dialogare con gli artisti e assaggiare piatti “a tema” con la stagione e il concerto: lasagna di zucca, taleggio e noci; zuppa di fagioli, funghi e castagne e torta pavlova.
Biglietto Unico: 40 euro – Ridotto per i Magnifici77: 30 – Under 35 ed artisti: 25 euro
prenotazioni@villadidonato.it È previsto servizio transfer col Bussino al costo unico di 10 euro a/r da diversi punti della città, previa prenotazione.
Sostakovic Maratona50
Trio op. 67 per violino, pianoforte, violoncello
Quintetto op. 57 per due violini, viola, violoncello e pianoforte
David Romano e Valerio Capilli – violini
Raffaele Mallozzi – viola
Diego Romano – violoncello
Massimo Spada –pianoforte
Sostakovic, si sa, non ebbe rapporti facili e tranquilli con il potere politico in Unione Sovietica e in più di una occasione i responsabili delle questioni ideologiche e culturali del suo paese intervennero per scomunicare o per lo meno censurare alcune composizioni dell’illustre musicista, costretto a volte ad umilianti ritrattazioni, in cui era evidente la preoccupazione dell’artista di difendere le proprie scelte linguistiche e tecniche. Naturalmente, al di là delle polemiche e delle discussioni sulla complessa personalità di questo musicista, resta il fatto che in Sostakovic, specie in quello cameristico, non si è mai verificato un netto diaframma fra il tipo di linguaggio scelto e la spontaneità dei sentimenti espressi secondo le fondamentali leggi della tonalità. In tal senso il Trio op. 67, scritto nel 1944, in un periodo particolarmente drammatico della storia sovietica, è indicativo della natura schiettamente umana dell’artista, aperto ai problemi del nostro tempo e preoccupato di comunicare un messaggio comprensibile a tutti. Sotto questo aspetto va sottolineato come Sostakovic, dopo il disgelo politico e culturale post-staliniano, abbia sollecitato i giovani compositori del suo paese a conoscere «le correnti che sono di moda nella musica contemporanea europea per poter combattere con maggior successo contro ogni illusoria tentazione della novità ad ogni costo».
Il Trio inizia con un Andante di impianto melodico di piacevole musicalità, mentre il secondo tempo ha un andamento estrosamente ritmico e caratterizzato da idee di accattivante freschezza inventiva. Il Largo, forse il momento più intensamente felice della composizione, è contrassegnato da un lirismo introspettivo e meditativo, affiorante spesso nella poetica del migliore Sostakovic. Il Trio si conclude in un brillante gioco di chiaroscuri e tra slanci di allegre e fosforescenti sonorità.
Il Quintetto in sol minore fu composto nel 1940: quindi circa cinque anni dopo il notissimo episodio che si inserisce nella produzione musicale di Sciostakovic determinandone la divisione in due versanti distinti. Ci si riferisce alla pubblicazione sulla Pravda di un articolo (pare dettato personalmente da Zdanov) in cui l’opera Katerina Ismailova, che già da due anni raccoglieva sui palcoscenici di Leningrado vasti consensi da parte del pubblico e della critica più avveduta, veniva violentemente e «ufficialmente» attaccata come prodotto di un’arte estranea alle aspirazioni delle masse. Sciostakovic, che fino ad allora aveva dimostrato di sapere e di volere partecipare alle vicende e alle battaglie della musica, alle ricerche più avanzate che si sviluppavano tra le avanguardie violentemente e «ufficialmente» attaccata come prodotto di una musicalità tutta segnata dall’estro e dall’esuberanza del «temperamento», sottopose il suo stile, a partire da quel momento, a radicali mutazioni, dirottando la miracolosa, istintiva naturalezza della sua invenzione musicale verso formule la cui appartenenza alla più consolidata tradizione nei campi dell’armonia e degli schemi costruttivi, e la cui semplicità sotto il profilo della definizione melodica e contrappuntistica, garantivano la immediatezza della comprensione e una fruibilità quasi del tutto aproblematica.
Nella produzione sinfonica di Sciostakovic risulta assai agevole individuare il momento preciso di tale svolta: la Quinta sinfonia, sottotitolata dallo stesso autore Risposta pratica di un artista sovietico ad una giusta critica. Diverso è il caso della musica da camera, in cui la situazione si presenta più sfumata; sia perché in questo settore Sciostakovic aveva investito alcune delle sue migliori risorse di innovatore; sia perché, anche successivamente alla critica e all’autocritica, continuò a coltivare – sebbene sporadicamente – alcuni temi di ricerca.
Tuttavia non è azzardato indicare proprio in questo Quintetto una delle opere più significative dei nuovi ideali di chiarezza e di semplicità verso cui si rivolse la musica di Sciostakovic dopo lo sperimentalismo degli anni giovanili. La limpidezza dell’impianto costruttivo, la linearità dell’invenzione e dell’elaborazione tematica, la trasparenza degli intrecci contrappuntistici, la sobria eleganza della veste timbrica, conferiscono al lavoro un senso di impeccabile scorrevolezza, tale da farci chiedere se quello della «facilità», piuttosto che un limite o un fine imposti in determinate circostanze storiche dalle esigenze di chi ascolta, non sia il dono che Sciostakovic sempre possiede nel distendere la sua scrittura musicale. Quest’ultima si snoda senza il minimo cedimento, a determinare la piena omogeneità della composizione: dall’iniziale Preludio che si conclude con l’esposizione ordinatissima – diremmo «didascalica» – di una fuga, alla schietta animazione dello Scherzo; dal discreto lirismo dell’Intermezzo alla rinnovata vitalità del Finale, che conduce il brano ad un congedo non privo – persino – di una sottile ingenuità.