All’interno della programmazione di Sala Assoli- Moscato, l’arrivo di Isidoro con Enrico Ianniello segna uno di quei momenti che ricordano perché il teatro continua a essere un luogo necessario. Fin dal primo minuto la scena sembra sospendere il ritmo della serata: si crea un silenzio denso, carico di attenzione, come se il pubblico avvertisse che ciò che sta accadendo davanti ai suoi occhi merita rispetto assoluto.
Ianniello domina il palco con una naturalezza che appartiene solo agli interpreti che abitano davvero un testo. Non si limita a recitarlo – e sarebbe già molto, considerando che è lui stesso l’autore del romanzo da cui lo spettacolo è tratto – ma lo attraversa dall’interno, portando con sé ogni sfumatura emotiva del suo personaggio. Quel costume anni Ottanta, apparentemente semplice, sembra aderirgli come un ricordo che non ha mai smesso di indossare.
La regia di Pau Miró, essenziale e concentrata, segue questa presenza scenica senza sovraccaricarla, costruendo uno spazio in cui l’attore può muoversi con libertà assoluta, ma mai senza una direzione precisa. La precisione registica non soffoca il racconto: lo accompagna, lo sostiene, lo illumina.
A quarantacinque anni dal terremoto dell’Irpinia, Ianniello riporta in vita Isidoro, bambino dotato dell’“urlafischio”, una voce capace di trasformarsi in linguaggio per tutti. Attorno a lui si muove una piccola costellazione affettiva – un padre poeta e combattivo, una madre forte e concreta, un merlo indiano come guida imprevista – in un mondo che improvvisamente si spezza il 23 novembre 1980. Dal silenzio che segue, Isidoro risale scoprendo Napoli, e soprattutto scoprendo l’amore.
Lo spettacolo mette al centro ciò che oggi rischia di andare perduto: la voce, il suono, la capacità di ascoltare. Il mondo di Isidoro non si costruisce con immagini, ma con sensazioni che passano attraverso odori, gusto, rumori, vibrazioni. Ed è proprio nella Sala Assoli – spazio che da sempre esalta la vicinanza tra attore e spettatore – che queste percezioni si amplificano, diventando parte del racconto.
La voce, in questo spettacolo, non è solo mezzo espressivo: è corpo, memoria, possibilità. Il palcoscenico diventa un organismo vivo, e il pubblico una comunità temporanea che accoglie e rimanda indietro energia. Il paradosso di Isidoro – essere solo e allo stesso tempo parte di qualcosa di più grande – diventa il paradosso di ogni spettatore.
Alla fine, ciò che resta è un senso di incanto, non inteso come fuga dalla realtà, ma come forma di resistenza emotiva: la capacità di lasciarsi stupire nonostante tutto. Isidoro è questo: un racconto lieve e struggente, costruito con intelligenza, ironia e una profonda umanità.
È quel tipo di teatro che non si dimentica e che spinge a cercarne ancora: fa ridere, tocca corde profonde, lascia un segno. E invita a riempire le sale, portando con sé anche i giovani, perché è lì che il teatro rivela davvero la sua potenza.