C’è un sogno che appartiene a molti di noi. Andare via dalla città e vivere in una dimensione bucolica a contatto con la natura e oltre gli schemi di una società consumistica.
Capita poi a volte che i sogni si concretizzino…
È accaduto a una famiglia, padre e madre che, con tre figli piccoli a carico, hanno deciso di andare in provincia di Chieti a vivere nel bosco autosostenendosi e rinunciando a tutti i comfort del nostro modo di vivere “progredito”.
Tutto questo è bellissimo, ecologico e ammirevole, ma quanto questa decisione incide sulla salute fisica e psichica dei figli?
Il mondo della cultura, gli psicologi, gli insegnanti, gli assistenti sociali si interrogano su questo punto e tutto si è acuito quando ultimamente il Tribunale dei minori dell’Aquila ha predisposto l’allontanamento dei figli dalla casa nel bosco per verificare realmente il loro stato di benessere.
È giusto allontanare i bambini dalla famiglia e dal clima affettivo?
Quanto lo Stato ha diritto di intervento sulle decisioni dei genitori?
Sicuramente non è facile esprimere pareri su una questione così complessa e piena di risvolti.
È evidente che ciascuno di noi a un certo punto della vita possa scegliere di andare su una montagna a fare l’eremita o eserciti il diritto di vivere come meglio gli pare, e nessuno può dire nulla, meno che meno lo Stato, ma è giusto imporre ai propri figli piccoli scelte che in casi come questi significano l’esclusione dalla società civile e dalla socializzazione con altri bambini?
Quanto si considera realmente il bene della propria prole e quanto invece pesa in certe scelte il fattore ideologico personale?
Scriveva Kahil Gibran una poesia bellissima che trovo molto rispondente.
“I vostri figli non sono figli vostri.
Essi non provengono da voi,
ma attraverso di voi.
E sebbene stiano con voi, non vi appartengono.
Potete dar loro tutto il vostro amore,
ma non i vostri pensieri.
Perché essi hanno i propri pensieri.
…
Potete sforzarvi di essere simili a loro,
ma non cercare di renderli simili a voi.
Perché la vita non torna indietro e non si ferma a ieri.
Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce viventi, sono scoccati…”
Ecco: i figli non sono nostri nel senso possessivo del termine. Non possiamo quindi condizionarli col nostro modo di vedere e limitare così le loro visioni.
E neanche caricarci del peso di un’esclusione sociale che magari loro non avrebbero scelto.
Possiamo però offrirgli possibilità. E garantire loro una pluralità di accesso al vivere.
Se io genitore, ad esempio, ho le mie idee sul valore di una vita più ecologica perché non proporre dimensioni alternative, non contrapponendomi e ritagliando per lui palloncini aerostatici da cui prima o poi dovrà scendere, ma affiancando il mio modello a quello seriale in cui siamo immersi?
Se scelgo al suo posto e in qualche modo lo obbligo a un certo tipo di vita, quando scenderà da quella che ritengo un’oasi, cosa troverà?
Si troverà a confrontarsi con quella realtà che gli apparirà ancora più estranea e difficile.
Siamo immersi in un tessuto sociale e culturale che piaccia o no è il mondo in cui oggi o domani i nostri figli si troveranno a vivere.
Chi mi dà il diritto come genitore di educare mio figlio a una diversità obbligata?
È volere il bene di un figlio crescerlo in un ambiente irrealistico, completamente separato dai coetanei?
E qui ci troviamo di nuovo in quella forbice tipica dei nostri tempi, dell’Assoluto dicotomico. O sei pro o sei contro, o sei questo o sei quello, in quella fame di certezze e di risposte preconfezionate che mina alla base la nostra capacità di stare bene perché ci orienta su una dimensione illusoria che poco ha a che vedere con la vita.
La saggezza e il buon vivere sembrano appartenere al forse meno peggio, all’arte del compromesso vitale.
E forse è preferibile educare a surfare, a trovare un proprio personale “equilibrio sopra la follia” che aiuti a sviluppare quella capacità creativa di trovare soluzioni al male di vivere e che fa rima con la consapevolezza.
Possiamo proteggere dalla vita i nostri figli? No.
Possiamo decidere per loro? Fino a un certo punto…
Ma possiamo accompagnarli e inserirli nella società anche se non ci piace, anche se non lo vorremmo, anche se la vediamo in modo diverso.
Perché è una scelta d’amore.
Perché sappiamo che se li abbiamo messi al mondo, li abbiamo messi in questo mondo, non nel favoloso mondo di Amélie, e crescere è avere sfide, sviluppare la capacità di confrontarsi con gli attriti, e poter fare nascere la propria identità a contatto con la pluralità delle visioni.
È possibile affrancarsi dal collettivo e dagli schemi sociali in nome di una non ben compresa libertà?
Non esiste libertà oggettiva a prescindere che non sia il sentirsi liberi malgrado il limite, perché anche Robinson Crusoe era schiavo del mito del buon selvaggio.
Ma dal limite e dalla regola può nascere un buon quantitativo di libertà possibile.
Che è una conquista personale, non una dotazione familiare di chi vuole sottrarci dagli schemi sociali e invece ci imprigiona in altri schemi.