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Sannazaro, la storia non finisce qui

  • Ida Palisi
  • Febbraio 19, 2026
  • 2:37 pm
  • Il Click

«Ricordatevi le promesse, noi attori abbiamo buona memoria». Non ha dubbi Lucio Pierri, nel commentare quanto accaduto al Sannazaro: si deve intervenire subito, ma nel frattempo la compagnia stabile del Teatro Sannazaro si ferma. Attore di teatro e cinema, conduttore tivù – di “Attenti al Lucio” su Telecapri, dove commenta il team di commento in “Onda Azzurra Stadio” – da sempre è protagonista degli spettacoli di punta di Lara Sansone: il Cafè Chantant (all’inizio da solo, poi  in duo con Massimo Peluso) e la Festa di Montevergine. Qui veste i panni de ‘O Sanguettaro, il marito de ‘A Maesta, interpretata da Lara Sansone, che puntò su di lui per il ruolo.

Lucio quale è il sentimento in questo momento per quanto è accaduto al Teatro Sannazaro?

«È un sentimento di enorme dolore, un vuoto, perché bisogna elaborare un lutto. La sera in cui è successo ci siamo chiamati al telefono noi della compagnia stabile del Sannazaro, e piangevamo come si  piange una persona che viene a mancare, particolarmente cara. Anche se non è morto nessuno, è morto il teatro, si è incendiato, e per noi il teatro era una persona, era la famiglia, perché era il posto dove  ci ritrovavamo».

Come il vecchio carrozzone di un tempo, secondo la tradizione di Luisa Conte?

«Sì, un posto dove stavamo bene insieme, perché avevamo fatto una scelta che era quella di lavorare solo ed esclusivamente con Lara Sansone, con la compagnia stabile del Sannazaro, la nostra seconda casa, dove ci si confronta, si costruisce insieme, ed è quello che abbiamo fatto fino a quattro giorni fa, fino a domenica, perché Lara non si risparmia mai nei consigli prima di andare in scena, anche dopo la cinquantesima replica di uno spettacolo».

Un legame forte, il vostro.

«Lei è il nostro allenatore, chiamarla regista è limitativo, per cui il suo lutto è il nostro lutto, è il lutto di una città intera. Non me ne vogliano gli altri teatri, ma il Sannazaro è un’altra cosa».

Riduttivo chiamarlo “la bomboniera di Napoli”?

«È un unicum perché hai il pubblico “addosso” e quindi l’impatto che ti arrivava dalla sala era ancora più immediato. Quando si chiede ad un attore qual è la differenza tra il cinema e il teatro e perché preferisci il teatro, ecco: per me è perché sento subito il consenso o meno del pubblico, e al Sannazaro è ancora più amplificato per la vicinanza che hai con gli spettatori, soprattutto con i nostri spettacoli, dove Lara era solita stravolgere la platea per farla diventare una prosecuzione naturale del palcoscenico».

Ora tantissime manifestazioni d’affetto ma anche la paura che la città abbia la memoria corta?

«La verità è che adesso è facile, bisogna vedere tra una settimana cosa succede una volta spente le luci della ribalta, quando si vedrà chi ti sarà accanto davvero. Io credo che il Sannazaro sia un polmone vitale di cultura per la nostra città e che quest’eco continuerà ad esserci, sono  convinto che effettivamente ci siano tante persone che vogliono nel concreto aiutarci. Ma sono discorsi da fare a mente lucida».

Come quello sulla prosecuzione della stagione?

«Va tutto molto ponderato. Penso che sia giusto che la compagnia in questo momento si fermi, perché nasce e muore all’interno del Sannazaro, non facciamo spettacoli che poi vanno negli altri teatri e quindi dobbiamo ritornare lì, o quando ci sarà data una seconda casa».

E gli altri spettacoli in cartellone?

«Per le altre compagnie che erano inserite in una stagione in fieri, come quelle di Carlo Buccirosso e Benedetto Casillo, una soluzione alternativa si potrà trovare. Noi avevamo in programma, oltre alle repliche del Cafè Chantant, dal 9 di aprile “Annella di Portacapuana” con Leopoldo Mastelloni, un omaggio che Lara voleva fare a Leopoldo, l’ennesima dimostrazione di generosità che soltanto una donna come lei sa fare».

Quindi non è d’accordo con l’idea di andare altrove o con quella, lanciata da Maurizio de Giovanni, che ogni teatro dedichi uno spettacolo al Sannazaro? 

«Al contrario, sono d’accordissimo, credo solo che tutte le idee vadano ponderate, perché sull’onda emozionale è facile dire sì, poi bisogna realizzarle. Però sono talmente convinto di ciò che fanno Lara e il marito Sasà Vanorio, che qualsiasi cosa sceglieranno di fare, sarà la scelta giusta. Poi ho sentito di (8:56) parlare di spettacoli, il cui incasso sarà devoluto per la ricostruzione… Magari! Forse sarà uno dei primi casi in cui veramente si farà rete tra teatri e tra colleghi».

Secondo lei di che cosa c’è bisogno adesso? 

«La palla in questo momento passa nelle mani delle istituzioni e speriamo di non dover assistere a iter burocratici lentissimi, come spesso l’Italia ci ha costretti a vivere, molto lenta, perché altrimenti parleremmo di tempi biblici, mentre la voglia di ripartire subito è tanta. Lara poi è veramente una persona fuori dal comune: sta facendo lei coraggio a noi tutti».

Si è parlato di un cortocircuito, vi siete fatti anche voi della compagnia questa idea per la causa dell’incendio? 

«No e secondo me tutti quelli che si sbilanciano in questa direzione o in un’altra fanno un errore madornale. Non c’è niente che lasci pensare ad un cortocircuito ma nemmeno al contrario. È un’ipotesi, come pure può essere quella  che l’incendio possa essere partito da un appartamento attiguo e si sia esteso alla cupola che poi è implosa ed è crollata nella sala».

Vuole fare un appello per il Teatro Sannazaro?

«A chi ci promette aiuto, di essere coerenti con quello che stanno dicendo.

Anche perché siamo attori, quindi abbiamo una memoria fuori dal comune e li ricorderemo tutti».

Immagine di Ida Palisi

Ida Palisi

Giornalista professionista, esperta di comunicazione sociale, dirige l’Ufficio Comunicazione Gesco. Collabora con il Corriere del Mezzogiorno per le pagine della Cultura e del Primo Piano.
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Il principe e la ragazzina, Marilù Simoneschi e il memoriale della moglie di Totò

Totò e Diana, la verità sulla storia d’amore con la donna che ispirò “Malafemmena”. A quasi 60 anni dalla morte del grande artista, Marilù Simoneschi racconta il Totò lontano dalle luci del palcoscenico nel romanzo-verità Il principe e la ragazzina, pubblicato da Marlin Editore con uno scritto di Giancarlo Governi.  Il libro sarà presentato in anteprima al Campania Libri Festival a Palazzo Reale (sala conferenze Sciurella al primo piano) a Napoli domenica 4 ottobre alle ore 12. Con l’autrice Marilù Simoneschi interverranno: l’editore Sante Avagliano e il giornalista e critico cinematografico Antonio Fiore. Le letture saranno affidate alla giornalista e attrice Roberta D’Agostino. Modera Ida Palisi.  Al centro della storia c’è la testimonianza di Diana Bandini Rogliani, moglie di Totò (scomparsa nel 2006) e madre di Liliana De Curtis. Diana affidò a Marilù Simoneschi un racconto-memoriale della propria vita accanto all’artista, autorizzandone la pubblicazione. A partire da quella testimonianza, l’autrice ricostruisce un ritratto privato del «principe della risata»: l’uomo, il marito e l’amante, con le sue passioni, le fragilità, le contraddizioni e gli eccessi.  Una storia che arriva fino agli ultimi giorni di vita di Totò e che contiene un episodio rimasto finora sconosciuto, destinato a gettare una nuova luce sul rapporto tra l’artista e Diana e sulle sue volontà in fin di vita.  Con discrezione e rispetto per la voce di Diana, Simoneschi accompagna il lettore nella dimensione privata dell’artista: il rapporto con la madre e con il padre ritrovato in età adulta, l’attenzione verso la povera gente, l’amore per gli animali e in particolare per i cani, le paure legate alla minaccia fascista e le fughe, fino agli altri grandi amori della sua vita, compreso quello con Silvana Pampanini, che contribuì alla fine del matrimonio con Diana.  Al centro del libro resta però la lunga e tormentata relazione tra Totò e Diana: un amore fatto di passione, tradimenti, separazioni e riconciliazioni, segnato dalla nascita della figlia Liliana e destinato a lasciare una traccia profonda nella vita di entrambi.  UN MEMORIALE RIMASTO PRIVATO  «Ho incontrato Diana Bandini Rogliani nel lontano 1989, dopo averla convinta, con la collaborazione della figlia Liliana De Curtis, a registrare un racconto-memoriale». Così Marilù Simoneschi ricorda l’inizio del lungo lavoro che ha portato alla nascita del libro. «Diana aveva allora 73 anni, ma era ancora una bellissima signora, di quell’eleganza discreta fatta di abiti di buona fattura, capelli in ordine, profumo lieve e perdurante. Ma soprattutto mi colpì la sua lucida intelligenza, la precisione degli elementi del racconto e la sua fiducia nel farmi partecipe di ricordi per lei preziosissimi. E di particolari inediti e a dir poco strabilianti, inerenti alla sua intensa storia d’amore con il Principe della risata». Gli incontri proseguirono per quasi un mese. «Più volte l’ho vista piangere, molto presa emotivamente dai momenti salienti di quel racconto. Di una cosa sono certa: Totò è stato per moltissimi anni, e anche al di là della sua effettiva presenza, il suo credo, la sua ragione di vita. E che in fondo lei ne è stata ricambiata in egual misura».  Proprio nelle ultime pagine del memoriale emerge un particolare legato agli ultimi giorni di vita di Totò, rimasto sconosciuto ai più e destinato, secondo l’autrice, a modificare la lettura della loro storia.  LE PAROLE DI GIANCARLO GOVERNI  Secondo Giancarlo Governi, autore, giornalista e storico divulgatore della figura di Totò (basti ricordare il celebre programma “Pianeta Totò”), il memoriale di Diana Rogliani rappresenta una testimonianza particolarmente significativa per ricostruire la vicenda privata dell’artista. «Solo oggi, attraverso il libro di Marilù Simoneschi, ho finalmente appreso quella che sembra la versione più attendibile, poiché dettata dalla viva voce di Diana Rogliani, in un memoriale esclusivo in cui, per la prima volta, ha aperto il cuore, svelando eventi e segreti mai resi noti in precedenza. Finalmente, attraverso questa lunga e accorata confessione, si sgombra il campo da tante false narrazioni sulla loro lunga e intricata storia d’amore, molto simile a un romanzo, ma in verità drammatica, sofferta e densa di ogni sentimento sincero».  IL LIBRO  Il romanzo-verità, costruito a partire dalla lunga intervista di Marilù Simoneschi a Diana Rogliani e narrato in prima persona attraverso la sua voce, prende avvio dall’incontro tra Totò e la giovanissima Diana, avvenuto a Firenze nell’agosto del 1931, al teatro «Le follie estive».  Totò, allora trentatreenne e già all’apice della notorietà, rimase colpito dalla bellezza della quindicenne Diana. In lei riconobbe l’ideale femminile che aveva inseguito fin da ragazzo, quando, ancora povero e senza padre, era rimasto affascinato dal volto di una giovane donna raffigurato su un manifesto pubblicitario affisso sui tram di Napoli, una ragazza che presentava una forte somiglianza con Diana.  Nonostante la differenza d’età e le convenzioni sociali dell’epoca, tra i due nacque una passione immediata. Totò dichiarò di voler sposare Diana, incontrando l’opposizione della famiglia. Determinata a seguirlo, la ragazza fuggì in segreto dal collegio Demidoff di Firenze, dove studiava, prese un treno per Roma e raggiunse Totò.  La fuga provocò una denuncia da parte della futura suocera per sottrazione di minore e segnò l’inizio di una relazione attraversata da passioni, eccessi, tradimenti, separazioni e ritorni. Dalla loro unione nacque Liliana, ma il matrimonio fu segnato anche da altre relazioni, tra cui quella di Totò con Silvana Pampanini, fino alla rottura definitiva.  Il libro arriva agli ultimi giorni di vita dell’artista e svela un segreto che Diana Rogliani non aveva mai raccontato prima: un episodio avvenuto pochi giorni prima della morte di Totò, nel 1967, che getta una nuova luce sulla figura dell’attore e sulla storia d’amore tra i due.  L’AUTRICE  Marilù Simoneschi vive e lavora a Roma. Giornalista, ha collaborato con i principali settimanali italiani, tra cui Gente e Oggi, intervistando protagonisti del cinema, della televisione, dello spettacolo e della politica.  Con Lino Zani ha pubblicato Era santo, era uomo. Il volto privato di papa Wojtyla (Mondadori, 2014), dedicato alla dimensione privata e alla vita in montagna di Giovanni Paolo II. Dal libro è stato tratto l’omonimo film. L’opera ha ottenuto un significativo successo editoriale ed è stata tradotta in diverse lingue.  ...
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