C’è una notizia che, da sola, dovrebbe mettere fine a ogni domanda sulla necessità del Pride.
A Camaiore, in provincia di Lucca, un padre ha imbracciato un fucile e ha ucciso il figlio e la moglie.
Secondo quanto emerso nelle prime ricostruzioni, il giovane, Mirko Moriconi, aveva scritto anni fa una frase che oggi suona come una profezia terribile: «Brutto pensare che un padre ti preferisca morto piuttosto che gay». Poche parole che raccontano una sofferenza profonda, una paura vissuta dentro le mura domestiche, nel luogo che dovrebbe essere il più sicuro del mondo.
Di fronte a una tragedia simile, qualcuno avrà ancora il coraggio di chiedere perché esistano i Pride?
Perché i diritti LGBTQ+ debbano ancora essere portati in piazza?
Perché migliaia di persone continuino a sfilare sotto il sole?
La risposta è qui.
È in quella casa di Camaiore.
È nel dolore di un ragazzo che aveva percepito sulla propria pelle il peso del giudizio.
È nel destino di una madre che, secondo molte ricostruzioni giornalistiche, era vicina al figlio e lo sosteneva.
È nella violenza di una cultura che continua a considerare l’orientamento sessuale come qualcosa da correggere, nascondere o punire.
Troppo spesso il Pride viene ridotto a una festa.
A un carro allegorico. A qualche ora di musica e colori.
Ma il Pride nasce come atto politico. Nasce perché per decenni le persone LGBTQ+ sono state licenziate, arrestate, umiliate, picchiate, curate contro la loro volontà, allontanate dalle famiglie. E nasce perché, ancora oggi, troppe persone vivono la propria identità nella paura.
La tragedia di Camaiore ci ricorda che l’omofobia non è soltanto l’insulto urlato per strada. Non è soltanto il commento sui social. Può diventare isolamento, violenza psicologica, rifiuto familiare. E nei casi più estremi può trasformarsi in tragedia.
Per questo ogni Pride è necessario.
Per rendere visibile ciò che che troppo spesso viene nascosto.
Per rivendicare dignità e diritti.
Non per provocare, ma per affermare che nessuno dovrebbe avere paura di essere quello che è.
Anche Napoli si prepara al suo Pride.
Quest’anno lo slogan scelto è radicale e universale: “La libertà non si corregge” (‘A libertà nun se corregge). Il tema unisce due verità inseparabili: una risposta politica alle complessità del presente e una celebrazione di trent’anni di corpi, lotte e trasformazioni sociali radicati nella cultura dell’accoglienza della città di Napoli.
Il corteo del 27 giugno (parte da Porta Capuana alle ore 15) non sarà soltanto una festa, ma un richiamo collettivo alla memoria, ai diritti e alla necessità di continuare a lottare contro ogni forma di discriminazione.
La libertà non si corregge.
Non si corregge un ragazzo perché ama una persona dello stesso sesso.
Non si corregge una persona trans perché decidere di vivere liberamente la propria identità.
Non si corregge una famiglia che sceglie di amare invece che giudicare.
Quando il Pride attraverserà le strade di Napoli, porterà con sé anche gli occhi di Mirko.
Di tutti i giovani che hanno avuto paura di essere rifiutati.
Di chi è stato insultato, allontanato, discriminato. Di chi non c’è più.
Perché ogni bandiera arcobaleno che sfila in piazza è molto più di un simbolo colorato.
È una promessa.
La promessa che nessun ragazzo debba mai più scrivere che suo padre lo preferirebbe morto piuttosto che gay.