Mare di ruggine. La favola dell’Ilva, scritto e diretto da Antimo Casertano e in scena al Piccolo Bellini di Napoli fino all’11 ottobre, parte da una vicenda familiare per raccontare qualcosa di molto più grande: la storia industriale di Bagnoli, l’identità operaia, le promesse del lavoro e la ferita lasciata dalla deindustrializzazione. La produzione è tornata al Bellini dopo il debutto del 2024 e dopo aver ottenuto, tra gli altri riconoscimenti, il Premio Nazionale della Critica ANCT 2025.
La favola dell’Ilva è rappresentata in scena da Daniela Ioia, Francesca De Nicolais, Luigi Credendino e dallo stesso Antimo Casertano, con un gioco di scambi di ruoli – madre/figlia/nipote, padre/genero/nipote – che viaggia in parallelo con la storia dell’ex Ilva, poi Italsider di Bagnoli. Quindi la storia di un padre raccontata al figlio diventa quella di una generazione che nella fabbrica vedeva la possibilità di riscattarsi, in un’epoca in cui esisteva ancora il mito del posto fisso e in cui i rischi per la salute – e le morti sul lavoro – non venivano considerati allarmi sociali.
«È il racconto dell’unica possibilità, l’unica alternativa che la fabbrica – ‘o cantiere – ha rappresentato per la mia famiglia in particolare e per tante, tantissime altre famiglie; a Napoli come a Taranto, a Genova come a Piombino. È il racconto del diritto al lavoro e di come esso rappresenti l’unica certezza di esistenza nella stessa società» scrive nelle note di regia Antimo Casertano, che nello spettacolo è anche la voce narrante e recita in coppia (di generazione in generazione) con la moglie Daniela Ioia.Entrambi sono volti noti della fiction Un posto al sole e restituiscono una grande prova attoriale sul palcoscenico del Piccolo Bellini.
La pièce centra l’obiettivo di voler raccontare delle lotte operaie e dell’abbandono di un bene comune – l’idea che il mare assuma il colore del ferro arrugginito lo rende bene – ma anche della speranza di scrivere una storia diversa. La fabbrica è inizialmente promessa di sicurezza e riscatto: rappresenta il lavoro, la possibilità di costruirsi una famiglia, l’accesso a una dignità sociale che per molti sembrava altrimenti irraggiungibile. Progressivamente, però, quella promessa mostra il proprio lato oscuro, a partire dalla fatica che è data dallo sfruttamento, per finire con le malattie, la morte nell’altoforno, l’abbandono del sito. L’Ilva è contemporaneamente casa e mostro, protezione e minaccia e il merito più grande, a nostro avviso, di Casertano, è di essere riuscito a rendere la complessità della storia dello stabilimento tenendo insieme realismo e dimensione poetica, senza mai scadere nella nostalgia e nella retorica operaia e, di contro, nel conflitto politico (sebbene non rinunci a punte di satira). La storia di più di una città industriale in Italia entra nella vita quotidiana, incide su matrimoni, amori, opportunità di studio, rapporti familiari e, man mano che si avvicina al presente, perde i contorni da favola e assume quelli realistici. I rischi per la salute e per l’ambiente diventano un sottotesto del racconto, mentre la fabbrica, resa scenicamente da Flaviano Barbarisi con un sistema di ferro e tubolari, rende appieno l’alienazione dell’operaio ma anche il legame con il suo luogo di lavoro. Tenerezza e ironia non toccano mai punte troppo aspre, e la dimensione del passato lascia spazio alla prospettiva di un futuro libero dai “mostri”. Una storia sociale forte, che oggi sembra anche necessaria.