Dal 13 al 18 ottobre, il Teatro Bellini di Napoli ospita Immacolata Concezione, celebre opera firmata da Vuccirìa Teatro, per la drammaturgia e la regia di Joele Anastasi, nata da un’idea di Federica Carruba Toscano. A dieci anni esatti dal suo folgorante debutto, lo spettacolo torna in scena con un nuovo riallestimento curato da Salvatore Palladino per la produzione della Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini. L’opera si inserisce all’interno di Tre riti sull’amore, una retrospettiva di repertorio che rilegge e unisce tre tappe fondamentali della compagnia siciliana in un unico e dirompente cammino nell’umano contemporaneo.
La vicenda ci catapulta nella Sicilia rurale del 1940, dove l’ombra nera del fascismo si insinua con pretese di controllo e cieca devozione. Qui Concetta, una ragazza pura e silenziosa, viene barattata dal padre caduto in disgrazia in cambio di una capra gravida e affidata a Donna Anna, la tenutaria del bordello del paese. Estranea ai piaceri della carne e a qualsiasi concezione adulta dell’amore, la protagonista non oppone alcuna resistenza. Ben presto la sua fama raggiunge ogni angolo del paese: tutti gli uomini la cercano, ma nessuno sa di preciso quali piaceri ineffabili regalare per farli impazzire a tal punto. Concetta non si limita a concedere il corpo, ma “sente” l’anima dei suoi clienti, consentendo una fragilità altrimenti negata e arrivando a confondere ruoli e gerarchie consolidate. In scena, uno straordinario affresco visivo e sensoriale prende vita grazie alle interpretazioni di Joele Anastasi, Federica Carruba Toscano, Fabrizio Milano, Eduardo Scarpetta ed Enrico Sortino.
All’interno della trilogia, Immacolata Concezione rappresenta la stazione di fondazione: il punto sorgivo in cui il rito prende forma e la comunità rivela tutta la sua viscerale ambivalenza, dimostrandosi capace sia di accogliere la grazia, sia di divorare ciò che desidera. La retrospettiva rilegge questa origine come il primo movimento di una discesa verso quella de-umanizzazione che continua a caratterizzare la nostra storia collettiva. In questo contesto, il mare non è un semplice orizzonte ma una creatura viva e misura del possibile. Propriamente come nel mito di Colapesce, che si immerse per sorreggere l’isola dal fondo, anche Concetta finisce per farsi carico del peso e delle contraddizioni di un’intera comunità.
Per Vuccirìa Teatro il rito è un dispositivo collettivo che convoca la comunità, costruisce simboli, innesca stigma o salvezza, rivela un sacrificio e richiede un crossing emotivo. La Sicilia non si riduce a mera ambientazione, ma si fa vera e propria grammatica di soglia, sempre rivolta al mare che ritorna come una creatura che cambia voce, forma e destino degli uomini. La tradizione della tragedia classica riaffiora così come strumento contemporaneo vivo, piegando il tempo fino a farlo diventare uno spazio simultaneo governato dal simbolo, per dare forma a un autentico teatro d’arte totale.
I costumi e le scene sono di Giulio Villaggio, il disegno luci di Martin Palma, le sculture in cartapesta di Ilaria Sartini e le fotografie di scena di Flavia Tartaglia, mentre le musiche originali sono a cura di Davide Paciolla su testi di Federica Carruba Toscano, con il contributo drammaturgico di Alessandro Lui e l’assistenza alla regia di Daniela De Riso.