Una madre stende i vestiti della figlia morta. E il teatro trasforma quel gesto in un atto di memoria. Non ci sono effetti spettacolari, né retorica della legalità.
In “‘A stesa”, il nuovo lavoro di Compagnia Oberon Teatro scritto e diretto da Adriano Fiorillo, tutto parte da un gesto minimo, domestico, quasi invisibile: una donna che continua a lavare e stendere i vestiti della figlia che non c’è più.
Ma proprio lì, dentro quella ripetizione ostinata, il dolore privato si fa materia teatrale e memoria collettiva.
Lo spettacolo, vincitore del Premio Nazionale Giovani Realtà del Teatro 2025 dell’Accademia Nico Pepe e finalista a diversi riconoscimenti nazionali, andrà in scena il 21 giugno alla Sala Assoli Moscato per il Campania Teatro Festival 2026. E sceglie di affrontare una delle ferite più profonde di Napoli senza mai trasformarla in racconto didascalico.
L’ispirazione nasce infatti dalla storia reale di Annalisa Durante, uccisa innocente nel 2004 durante una “stesa” di camorra nel quartiere Forcella. Ma “‘A stesa” evita il linguaggio cronachistico e costruisce invece una drammaturgia fatta di assenze, suoni, tessuti e memoria.
Il titolo contiene già tutta la tensione dello spettacolo. In napoletano “stesa” indica il filo dei panni, il bucato esposto al vento. Ma è anche il termine con cui vengono chiamate le incursioni armate dei gruppi criminali nei quartieri popolari. Due immagini lontanissime che qui collassano una dentro l’altra: la cura domestica e la violenza pubblica, la quotidianità e il terrore.
Sulla scena quei vestiti diventano corpi mancanti. Presenze sospese. Oggetti che trattengono ancora voce, odore, identità.
La madre continua a stendere una camicia come se dentro quel tessuto potesse ancora sopravvivere la figlia. E la corda dei panni smette di essere un elemento domestico per trasformarsi progressivamente in croce, confine, luogo del lutto.
Lo spettacolo lavora molto sulla sottrazione. Niente ricostruzioni realistiche, nessuna rappresentazione diretta della violenza. Fiorillo costruisce invece una scrittura scenica che nasce da improvvisazioni, testimonianze e materiali raccolti direttamente attraverso le interviste ai familiari di Annalisa Durante.
Anche la lingua ha un peso decisivo. Il napoletano usato in scena non cerca colore folkloristico né complicità facile col pubblico. Diventa piuttosto lingua emotiva, corpo sonoro del dolore e della resistenza.
In scena Giulia Piscitelli ed Erica Tortorizio costruiscono un lavoro fisico e vocale teso, essenziale, continuamente sospeso tra presenza concreta e fantasma. Le voci registrate tratte dalle interviste a Giannino Durante, padre di Annalisa, attraversano lo spettacolo senza diventare documento esibito: restano frammenti umani che aprono ferite invece di chiuderle.
La musica e il sound design di Tommy Grieco contribuiscono a creare un ambiente sonoro che non accompagna semplicemente l’azione, ma sembra respirare insieme alla scena.
“A stesa” riesce così in qualcosa di raro: parlare della camorra senza spettacolarizzare la violenza. Raccontare una vittima senza ridurla a simbolo astratto. Fare teatro civile senza trasformarlo in slogan.
Alla fine resta soprattutto quell’immagine semplice e devastante: una madre sola davanti ai vestiti della figlia. Un gesto quotidiano che continua anche quando il mondo intorno sembra essersi fermato.
Ed è forse lì che lo spettacolo trova la sua verità più dura: certe ferite non finiscono. Si abitano.