«La libertà è partecipazione» cantava Gaber oltre mezzo secolo fa, scrivendo più o meno consapevolmente un manifesto delle lotte per la democrazia dal basso. A Bagnoli non basta abbattere i cancelli della fabbrica per restituire il territorio alla città, occorre che chi quel territorio lo ha vissuto possa contribuire a scriverne il futuro. Lo ha capito molto bene il subcommissario di Bagnoli Dino Falconio, che non si sta solo occupando della bonifica ambientale e della riqualificazione urbanistica, nel mezzo della (riuscita) parentesi delle prove per l’America’s Cup. Falconio ci spiega come tiene in conto il diritto di una comunità a immaginare e contribuire a decidere del proprio futuro.
Dottor Falconio Bagnoli sarà restituita alla città anche dopo l’America’s Cup?
«Sì, stiamo portando avanti un piano di bonifica che ha come obiettivo finale proprio quello di restituire alla cittadinanza un territorio che è stato sequestrato da un secolo di industrializzazione, con condizioni di inquinamento ambientale non solo sulla vasta porzione di terra ma anche sulla fascia costiera e marina. Nell’ambito di questo obiettivo, per quanto riguarda il mio operato di subcommissario su incarico del sindaco Gaetano Manfredi (commissario di Bagnoli) l’America’s Cup è stata una grande occasione di accelerazione dei lavori di bonifica, perché purtroppo in Italia in genere gli appalti pubblici hanno una durata lunghissima e invece quando ci sono dei grandi eventi si devono rispettare le scadenze. L’America’s Cup non solo ha fatto vedere la bellezza di Napoli nel mondo, ma ha fissato dei termini che altrimenti sarebbero slittati alle calende greche».
Quali sono gli ostacoli principali in questo momento?
«C’è un’ottima collaborazione con il governo, con la Regione Campania e con tutte le autorità che vigilano sull’ambiente e la salute, quindi non c’è alcun problema sotto questo profilo. Abbiamo anche un ottimo rapporto con la cittadinanza perché, al di là delle espressioni di protesta dei comitati contro l’America’s Cup, esiste un dialogo costante con i cittadini del territorio non solo di Bagnoli, ma di tutta l’area dei quartieri napoletani flegrei e del resto della città che partecipano all’ elaborazione anche delle linee che vogliamo dare al futuro di Bagnoli attraverso la nostra piattaforma di democrazia digitale Bagnoli Viva».
Uno strumento di democrazia partecipativa?
«Sì, siamo un caso unico in Campania, il terzo o quarto in Italia di democrazia partecipativa vera. Dopo una fase di sperimentazione per tutto il mese settembre Bagnoli Viva ora si sta aprendo a tutta la cittadinanza con uno straordinario scambio di idee, con argomenti e dati che vengono messi a disposizione di chi partecipa a questo dibattito».
Quale tipo di collaborazione chiede?
«Soprattutto che gli enti pubblici e privati, i cittadini, gli stakeholder partecipino a questa piattaforma perché deve essere un luogo di sintesi delle istanze e delle esigenze del territorio, non un ring dove ci si scontra, ma un luogo dove ci si incontra».
C’è chi vuole fermare i lavori, lei ha detto che sarebbe una iattura. Ci spiega perché?
«Non bisogna fermarli perché non esiste allo stato attuale un allarme per la salute pubblica e per l’ambiente. Stiamo facendo un’operazione di recupero ambientale, di risanamento marino e chiaramente ci stiamo scontrando con le matrici dell’inquinamento: vengono a galla i mali e i veleni che c’erano prima, ma in un contesto che è assolutamente controllato, monitorato e direi anche fisicamente recintato, in maniera tale che non possa provocare contaminazioni ulteriori né del mare né della terra. Ci sono misure di sicurezza altissime che vengono rispettate nei lavori, tecniche molto avanzate che creano dei veri e propri muri di aria compressa, oltre che scogliere che delimitano il territorio marino che viene sottoposto a dragaggio, in maniera tale che i materiali che si sollevano durante queste operazioni non possono travasare in altre parti della baia e propagare eventuali sostanze inquinanti, quindi c’è una cura e un’attenzione estrema e non esiste il presupposto per una chiusura dei lavori per danni alla salute e all’ambiente».
Adesso che cosa succederà?
«Procederemo con il completamento dei lavori per l’America’s Cup e quindi il 2027 in gran parte sarà dedicato all’evento sportivo. Nel frattempo verranno completate tutta una serie di attività amministrative a cominciare da un procedimento che viene eseguito dal Ministero dell’Ambiente per arrivare alla validazione del progetto urbanistico definitivo che comprenderà sia il waterfront che il parco urbano. Poi, in concomitanza con la fine dell’edizione 2027 dell’America’s Cup, riprenderanno i lavori per la bonifica strutturale di terra e mare, per il completamento del risanamento marino che, allo stato attuale, si potrà dire completato per il 60%».
E le polveri sottili?
«È vero che ci sono stati degli spostamenti del PM10 che però sono limitati solo ad una zona colpita da una centralina, la media annua invece è ancora in margini da definire ma se, finito l’anno, dovesse andare sopra il coefficiente 40 adotteremo tutti i provvedimenti del caso per il nuovo anno. Quello che è importante è che le centraline nell’area abitata non registrano gli stessi disvalori delle centraline più prossime alle strade, perché in quelle vicine al cantiere è chiaro che c’è un sollevamento maggiore di polveri per il passaggio dei macchinari e dei camion, però questo non si registra all’interno dell’abitato cittadino».
Mare di Ruggine al Bellini ha ricordato che lo stabilimento rappresentava il posto fisso per tante generazioni di operai. Per il futuro l’ex Ilva cosa sarà per i giovani?
«L’obiettivo che vogliamo portare avanti è che sia un centro di sviluppo sostenibile e, ovviamente, non possiamo più pensare alla vecchia fabbrica, ma dobbiamo pensare alle attività produttive moderne ecocompatibili che si possono impiantare nella zona, a cominciare dalla green economy e dalla blue economy, dall’industria industria 5.0, dalla ricerca e dall’economia del tempo libero che è il vero e proprio asset che può offrire un territorio dalle caratteristiche come quelle di Bagnoli, con il verde del parco e il blu del mare davanti. Dovranno essere delle vere e proprie attività non intese in senso restrittivo, artigianale, ma intese in senso di vere e nuove industrie pulite del futuro. Così la favola nera si può trasformare in una favola blu e verde».