Ci sono posti che sembrano custodire naturalmente la memoria e altri che, attraverso l’arte, sono in grado di restituirle una nuova vita.
È qui che si inserisce la mostra di Camillo Ripaldi, “I vantaggi delle piccole mostre”, presentata il 16 ottobre 2026 nella suggestiva cornice della Chiesa di Santa Luciella ai Librai, nel cuore del centro storico di Napoli.
Un’esposizione che invita a riflettere sul significato delle immagini, sul trascorrere del tempo e sulla capacità della fotografia di trasformarsi in uno strumento di indagine interiore e di interpretazione del mondo.
Nato a Pomigliano d’Arco nel 1970, laureato in Conservazione dei Beni Culturali, Camillo Ripaldi ha costruito negli anni un percorso artistico personale, caratterizzato da una costante sperimentazione dei linguaggi visivi.
Le sue opere sono state protagoniste di numerose esposizioni in prestigiosi spazi culturali, dallo Studio Trisorio al PAN, dal Museo Filangieri al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dove nel 2016 ha presentato la mostra “Questi fotografi non sono io”, a cura di Marco de Gemmis, e in collaborazione con la Fondazione Morra Greco.
Un titolo che già suggeriva una riflessione sull’identità dell’autore, sul rapporto tra chi osserva e ciò che viene rappresentato, tra la fotografia come documento e l’immagine come costruzione artistica.
Con I vantaggi delle piccole mostre, Ripaldi sembra proseguire questa indagine, scegliendo una dimensione espositiva raccolta, quasi intima, nella quale ogni opera richiede uno sguardo attento e un tempo di osservazione lontano dalla frenesia della contemporaneità.
Le immagini si presentano come stratificazioni di memorie, superfici attraversate da tracce, cromie, figure e frammenti che sembrano emergere da un passato mai completamente scomparso. La fotografia perde la sua apparente immediatezza per acquisire una consistenza materica, quasi pittorica, nella quale la memoria personale incontra suggestioni più ampie, legate alla storia dell’arte e all’immaginario collettivo.
Un progetto fotografico nato dal recupero delle immagini realizzate dal padre Giovanni, fotografo di cerimonie, un contenitore di antichi ricordi, volti e figure appartenenti a un universo familiare e sociale ormai lontano, diventano il punto di partenza per una nuova elaborazione visiva.
Come emerge dal testo critico di Barbara Balbi, che accompagna il catalogo, il confronto con l’archivio paterno assume anche il valore di un dialogo tra generazioni. Le immagini del passato, sottratte alla loro funzione originaria, acquistano nuovi significati attraverso lo sguardo del figlio, che le rielabora senza cancellarne le tracce originarie.
È proprio questa tensione tra conservazione e trasformazione a costituire uno degli aspetti più interessanti della ricerca di Ripaldi. Il passato non viene semplicemente celebrato, ma attraversato, interrogato e ricomposto, in un processo creativo che restituisce alle immagini una nuova vitalità.
La mostra accolta nella Chiesa di Santa Luciella, è stata inaugurata in concomitanza con la presentazione del restauro di un dipinto settecentesco raffigurante le anime pezzentelle, recuperato nella Chiesa. L’esposizione fotografica resterà aperta fino a fine novembre.
Il titolo stesso della mostra sembra racchiudere una precisa dichiarazione di intenti. In un’epoca dominata dai grandi eventi espositivi e dalla spettacolarizzazione dell’arte, la piccola mostra rivendica il suo valore: l’incontro diretto tra artista, opera e visitatore. Non è necessariamente la dimensione di un’esposizione a determinarne l’importanza, ma la capacità di suscitare interrogativi, emozioni e nuove possibilità di lettura.
La ricerca di Camillo Ripaldi dimostra così come la fotografia possa diventare uno spazio di confine tra documento e invenzione, tra autobiografia e storia collettiva, tra ciò che è stato e ciò che continua a vivere attraverso lo sguardo.
E forse è proprio questo il vantaggio più autentico delle piccole mostre: offrire al visitatore la possibilità di fermarsi, osservare e scoprire che anche nelle immagini apparentemente più lontane si nasconde qualcosa che continua a riguardarci.