Non esistono buoni inizi per chi ha scelto il male.
Bambino di Marco Balzano (Einaudi, 2024, pp. 224) si apre con un uomo al bancone di un bar a Trieste e una pistola puntata alla schiena. È un finale che diventa principio, perché la storia di Bambino non chiede assoluzioni ma comprensione, non perdono ma consapevolezza.
Mattia Gregori – detto Bambino per il suo aspetto – è stato la camicia nera più spietata della città. Lo sa chi lo circonda, lo sa lui stesso: «Ho ucciso e fatto uccidere. Ho sempre cercato di stare dalla parte del più forte e mi sono sempre ritrovato dalla parte sbagliata». In questa confessione brutale c’è tutto il romanzo: la vigliaccheria morale, la fame di appartenenza, l’incapacità di scegliere il bene quando costa fatica.
Marco Balzano torna al grande romanzo storico e civile, come già in Resto qui, ma lo fa scegliendo il personaggio più scomodo e complesso possibile. Bambino attraversa guerre, confini, tradimenti, identità tormentate. È un libro che non consola, non mitiga, non pacifica. Ferisce, e lo fa con precisione.
Le 224 pagine del romanzo sono anche un ritratto preciso di Trieste, città di frontiera e laboratorio del cosiddetto “fascismo di confine”, attivo già dal 1919 nella violenta repressione di sloveni e croati. Dall’incendio del Narodni dom nel 1920 fino all’annuncio delle leggi razziali del 1938, proclamate da Mussolini proprio a Trieste, Balzano restituisce una città segnata dalla violenza ideologica e dalla paura dell’altro, dove il confine non è solo geografico ma soprattutto morale.
Dentro questa storia collettiva si muove Mattia Gregori, figlio di un orologiaio triestino e di una donna slava mai conosciuta. La ricerca della madre è il primo vuoto che struttura il romanzo, il primo abbandono che genera rabbia. Ma è la figura del padre a emergere come unico argine etico: uomo semplice, silenzioso, incapace di opporsi ma mai disposto a cedere al male. In un libro così feroce, la paternità diventa l’unico spazio possibile di umanità.
Accanto al padre c’è Ernesto, l’amico, presenza-assenza decisiva e specchio morale. È attraverso il loro rapporto che Bambino mostra tutta la sua fragilità, la sua immaturità emotiva. La lettera finale che Mattia scrive a Ernesto è una delle pagine più riuscite del romanzo: non redime, ma rivela. E tanto basta.
Balzano scava senza indulgenza nell’anima di un uomo irrisolto, rancoroso, moralmente fallito. Bambino non è un mostro, ed è questo che lo rende disturbante. Non è nemmeno una vittima. È il prodotto di una storia che ha insegnato a scegliere sempre il più forte e di una debolezza personale che ha trasformato quella scelta in un’abitudine. Non lo si può assolvere, ma nemmeno liquidare con l’odio.
Con una scrittura lucida e intensa, mai compiaciuta, Balzano riesce a tenere insieme la violenza della Storia e la fragilità dell’individuo, raccontando un Paese attraverso la vita di un solo uomo. È una cifra che attraversa tutta la sua opera, da L’ultimo arrivato a Resto qui: romanzi capaci di unire rigore e profondità emotiva, memoria e responsabilità.
Non è un caso che Bambino sia un libro premiato e riconosciuto dalla critica
(Premio Giovanni Comisso – Sezione Narrativa 2025; Premio Acqui Storia – Sezione Romanzo Storico; Premio Alessandro Manzoni al Romanzo Storico; Premio Brianza). Ma il suo valore va oltre i riconoscimenti: sta nella capacità di costringerci a guardare ciò che preferiremmo evitare.
Perché Bambino racconta una storia senza redenzione, ma con una lezione limpida: il male non si combatte ignorandolo o semplificandolo. Bisogna capirne le origini, scavarne la matrice, riconoscerne le cause. Solo così si possono evitare le conseguenze. Solo così si può sperare di non ripetere gli stessi errori.
In un tempo in cui Gaza, l’Ucraina e molte altre ferite del mondo continuano a sanguinare, il romanzo di Balzano parla direttamente al presente. Bambino non è solo un romanzo di guerra: è un libro sulla pace mancata, su quella pace fragile e imperfetta che tutti cercano, anche chi ha sbagliato tutto. È un libro che non consola, ma interroga. E lo fa con una scrittura che resta addosso, come una domanda a cui non possiamo smettere di rispondere.