Nuovo appuntamento della Stagione di Musica da Camera 2025/26 del Teatro di San Carlo, in programma domenica 10 maggio alle ore 18.
Protagonisti saranno ancora una volta i Professori d’Orchestra del Massimo napoletano: Gabriele Pieranunzi e Loana Stratulat ai violini, Francesco Mariani alla viola, Pierluigi Sanarica al violoncello e Stefano Bartoli al clarinetto. In programma due capolavori assoluti della musica da camera: il Quintetto in la maggiore K 581 di Wolfgang Amadeus Mozart e il Quintetto in si minore op. 115 di Johannes Brahms.
Due opere lontane oltre un secolo ma sorprendentemente vicine nello spirito. Entrambe nascono in momenti delicati della vita dei compositori: Mozart alle prese con difficoltà economiche e un progressivo isolamento artistico, Brahms attraversato da una crisi creativa che sembrava averlo allontanato definitivamente dalla composizione.
Eppure, proprio da queste inquietudini prendono forma due lavori di straordinaria luminosità interiore. In entrambi il clarinetto abbandona il virtuosismo brillante per diventare voce lirica, riflessiva, quasi umana, immersa nel tessuto degli archi in un dialogo continuo e paritario.
Mozart compose il Quintetto K 581 nel 1789 per l’amico Anton Stadler, virtuoso e innovatore dello strumento, tra i primi a sperimentare il clarinetto di bassetto. Il compositore salisburghese ne intuì immediatamente le possibilità espressive, costruendo una partitura dove il clarinetto sembra respirare insieme agli archi, senza mai imporsi. Un equilibrio che il musicologo Albert Einstein definì “rivalità fraterna”.
Diverso ma affine il clima del Quintetto op. 115 di Brahms, scritto nel 1891 dopo l’incontro con il clarinettista Richard Mühlfeld. Affascinato dal timbro caldo e crepuscolare dello strumento, Brahms ritrovò il desiderio della scrittura cameristica, dando vita a una musica sospesa tra nostalgia e pacificazione. Una partitura attraversata da quella malinconia quieta che Massimo Mila descrisse come “un presentimento augusto e sereno della morte”.
Più che un concerto, quello del San Carlo si annuncia così come un viaggio nel lato più intimo della musica da camera: uno spazio sonoro dove il clarinetto non cerca l’effetto, ma il respiro profondo delle emozioni.