«Ho difficoltà a parlare della mia pittura – confessava Miró – poiché nasce sempre in uno stato allucinatorio, suscitato da un contraccolpo qualsiasi, oggettivo o soggettivo che sia, e di cui non sono in alcun modo artefice». Parole che rivelano quanto l’artista fosse consapevole di attingere a sorgenti profonde, anteriori alla ragione discorsiva, quasi ancestrali, non dissimili da quelle che alimentarono, nel corso dei secoli, la devozione popolare e quella pietra santa che diede nome alla chiesa stessa, capace — secondo la tradizione — di procurare l’indulgenza a chi la baciasse. In entrambi i casi, ci troviamo dinanzi a una forma di conoscenza che precede e trascende il logos, a un sapere che si trasmette per contatto, per emozione, per risonanza fisica prima ancora che intellettuale.
Ma che cosa cercava davvero Miró? La risposta risiede probabilmente in quella tensione che egli stesso dichiarava: «Giungere al massimo grado di chiarezza, di potenza e di aggressività plastica, ossia di risvegliare dapprima una sensazione fisica, per poi arrivare all’anima». In questa formula, così limpida e insieme così misteriosa, si condensa un intero programma estetico che ricorda, per certi versi, le intuizioni dei grandi calligrafi orientali, per i quali il gesto stesso dello scrivere costituiva una forma di meditazione, un esercizio spirituale in cui il corpo e lo spirito trovavano momentanea, miracolosa unità.
Non stupisce, pertanto, che Miró abbia dedicato tanta parte della sua esistenza artistica alla collaborazione con poeti e scrittori: da Tristan Tzara a Paul Éluard, da Michel Leiris a René Char, passando per Jacques Prévert e Raymond Queneau. In queste imprese editoriali, la parola non illustra l’immagine né l’immagine decora la parola: esse si compenetrano, si esaltano vicendevolmente, come le diverse voci di un contrappunto polifonico. Ed è proprio in questo dialogo incessante tra segno verbale e segno grafico che Miró anticipa, con decenni di vantaggio, le ricerche della Poesia Visiva che avrebbero caratterizzato la seconda metà del Novecento.
Joan Miró. Per poi arrivare all’anima, attraverso un corpus significativo di opere grafiche, intende dunque illuminare questo aspetto meno celebrato ma assolutamente centrale della poetica Miróniana. Il visitatore che percorrerà questi spazi, le cui volte e le cui cupole recano ancora l’impronta del genio fanzaghiano, potrà così compiere un duplice viaggio: nella memoria di una città che da sempre ha saputo accogliere e trasformare gli apporti delle culture più diverse, e nell’universo di un artista che, come Napoli stessa, ha fatto della contaminazione tra linguaggi differenti la propria cifra distintiva. Entrambi, il luogo e l’opera, ci ricordano che la civiltà si costruisce per accumulo, per sovrapposizione, per dialogo tra ciò che fu e ciò che sarà, e che l’anima, come voleva Miró, si raggiunge soltanto attraversando prima la materia, poi il corpo, infine il segno.
Raffaele Iovine
Presidente dell’Associazione Pietrasanta Polo Culturale ETS
(Il testo è tratto dal catalogo della mostra Joan Miró: per poi arrivare all’anima fino ad aprile 2026 nella Basilica della Pietrasanta a Napoli)