Ilaria Taglialatela Scafati, in arte Janara, è una cantautrice napoletana che affonda le sue radici nella tradizione e nella cultura popolare campana per trasformarle in una ricerca viscerale e contemporanea. Cresciuta nella provincia di Napoli e rimasta sempre legata alle sonorità del Sud — tra tammurriate, suggestioni ritmiche e un’espressività intima —, ha fatto il suo esordio da solista con il singolo “Diana”, edito da Suono Libero music di Nando Misuraca, un brano intenso in cui la fragilità personale si intreccia al riscatto della memoria e dell’identità collettiva.
Janara: per quale motivo hai scelto questo nome d’arte e come si riflette nella tua musica?
È un nome nato d’istinto durante un momento di forte rabbia. Parlando con un amico ho detto: «Sto comme a ’na Janara!». In quel momento si è riacceso un ricordo d’infanzia. Per noi campani la Janara fa parte dell’inconscio: rappresenta quelle emozioni che spesso cerchiamo di reprimere o che la società stigmatizza, la rabbia, la non conformità, la vulnerabilità. Io canto proprio questi moti interiori: quando c’est una pressione sul petto, io mi sento una Janara.
Nel tuo singolo d’esordio, “Diana”, affondi a piene mani nella musica popolare. Quanto contano le tue radici?
Moltissimo. “Diana” si basa sul ritmo della tammurriata ed è per me una scelta d’orgoglio. Mia madre non poteva partecipare ai balli popolari a Melito perché venivano visti con un certo pregiudizio borghese; la mia generazione ha invece riscoperto e riabilitato questo patrimonio. La musica popolare per me è una rottura e un riscatto, anche a costo di usare una lingua di nicchia come il napoletano.
“Diana” è una canzone molto intima e profonda. Cosa rappresenta per te?
Nasce in un momento di passaggio delicato, legato alla perdita di mio padre. Il testo è una lista di simboli che sono pezzi di me che offro in cambio di supporto: spago, rose… elementi non perfetti, ma autentici. Nello stile è una nenia circolare, quasi controintuitiva. L’ho scelta come prima canzone del mio percorso proprio per la sua forte carica emotiva.
Il videoclip della canzone si distingue per le sue ambientazioni decadenti. Qual è il messaggio?
Abbiamo girato in luoghi come il Casino Reale di Caccia o le spiagge di Castel Volturno: posti bellissimi abbandonati al degrado davanti ai quali dici “che peccato”. Quel “che peccato” rappresenta per me il rischio di non esporsi, di abbandonare il proprio talento o le proprie creazioni. Il video è un richiamo a non abbandonare mai ciò che si crea.
Cosa dobbiamo aspettarci dai tuoi prossimi passi?
Il prossimo brano che farò uscire si intitolerà proprio “Janara”, una canzone sempre legata alle radici ma con un’energia e un’emozione diverse. Ma la priorità assoluta è tornare a suonare dal vivo: ho una gran voglia di risentire l’aria del palco e condividere la mia musica direttamente con il pubblico.