Stella Maris è il nuovo progetto discografico di Valerio Bruner. L’ispirazione ha preso forma durante il tour del precedente album, Maddalena: un periodo di forte movimento e di incontri che ha portato l’artista a scrivere molti più brani di quelli che poi sarebbero finiti nella scaletta finale. Di fronte a quella ricchezza di scrittura, Bruner ha operato una cernita, accantonando i pezzi che appartenevano a un’altra narrazione e confessando: «Ho detto: “No, non ci stavano in quell’album là”».
Finito il tour e smaltiti i chilometri, si è presentata la necessità logistica ed economica di registrare. Potendo contare esclusivamente su un budget indipendente e su tutte le spese a carico, la soluzione è arrivata scegliendo la via della condivisione diretta: «Vabbè, lanciamo il crowdfunding, vediamo un pochettino come va, cerchiamo un po’ di creare… mi piaceva anche l’idea, oltre al supporto economico, della chiamata a raccolta verso i fan». La risposta è stata entusiasta, permettendo concretamente la nascita del disco.
Per le registrazioni, Bruner è tornato a Rimini, ma l’impatto sonoro e testuale segna un distacco netto rispetto al passato. Se Maddalena custodiva momenti più intimi e oscuri, Stella Maris si presenta senza filtri e interamente rock: «Questo qua è proprio in faccia, tutto rock; ho detto: “Voglio proprio raccontare la rabbia di oggi”. Perché, per come la vedo io, non puoi fare le canzoni tanto per farle o per fare il singolo: io devo raccontare una storia, devo raccontare quello che sta succedendo».
Le tracce dell’album compongono così un affresco fedele e spietato del nostro tempo. All’interno trovano spazio le tematiche più urgenti, dalla violenza di genere affrontata in un brano in napoletano fino ai migranti morti in mare, passando per i lavoratori che non arrivano a fine mese e la gente comune che resiste. Un’ispirazione che si nutre anche dell’esperienza vissuta in prima persona durante una residenza artistica a Scampia, dove Bruner ha lavorato a stretto contatto con i ragazzi in laboratori di scrittura, ribaltando i soliti pregiudizi: «Sai quando dicono: “Ah, a Scampia non ci sta niente, è tutta delinquenza”? Io ho visto tanta bellezza, gente che non ha avuto niente ma che resiste e va avanti».
Accanto all’impegno civile, il disco scava in profondità in una dimensione intima e dolorosa, legata alla necessità di fare pace con la scomparsa della madre. Un lutto pesante che l’artista ha affrontato e metabolizzato proprio durante le registrazioni a maggio a Rimini: «Io devo far pace, non posso scappare ogni giorno, devo accettare che la situazione è questa». La spinta interiore è arrivata inaspettatamente dal ritrovamento di un vecchio album di fotografie dei genitori da giovani: «Ho pensato: “Vedi, è una riflessione che anche i nostri genitori sono stati giovani, sono stati spensierati”. Queste foto sembravano quasi più giovani di me. Ho detto: “Ok, partiamo da questa foto e proviamo a raccontare il ricordo che posso avere io dei miei genitori da giovani”, e così ho iniziato a fare pace con la scomparsa di mamma».
Da questa fusione tra vissuto personale e riflessione collettiva prende vita anche il brano che dà il titolo al disco, Stella Maris. La canzone unisce la ninna nanna cantata da una madre migrante al figlio lontano con il simbolo della Stella Maris intesa come la Madonna dei navigatori: «Dato che noi ormai navighiamo in un mare completamente persi, senza rotta e tutto quanto, serve una figura che ti riaccompagni a casa».
Anche la veste fisica e il packaging del disco rispecchiano una scelta di coerenza radicale. In controtendenza con le logiche dello streaming, l’album sceglie di non uscire su Spotify nei primi sei mesi, privilegiando la materialità dell’oggetto: «C’è l’artwork e dietro il QR privato per ascoltarlo in digitale, c’è il disco vero e proprio, i testi delle canzoni e più il booklet che racconta un po’ la genesi dell’album, più quella l’esperienza a Scampia».