F. è un bambino di nove anni, ha le guance più morbide nella storia delle guance e per il suo compleanno ha espresso il desiderio di andare a vedere il Napoli. Noi allora gli abbiamo regalato una sciarpa del Napoli e gli abbiamo promesso di portarlo allo stadio alla prima buona occasione. Portare un bimbo allo stadio per la prima volta è come portarlo al cinema, o a teatro, e mi sono ricordata di quella scena di Pretty woman in cui Richard Gere dice: «Se l’ami, l’ami per sempre, altrimenti potrai imparare ad apprezzarla, ma non la sentirai mai veramente». La scelta della partita, quindi, era, se non fondamentale, comunque importante. Una partita tranquilla, da godere in serenità. Abbiamo scelto per il suo debutto Napoli-Como.
Quando siamo saliti sul 181, F. con la sua maglietta azzurra e la sua sciarpa ha ritenuto di comunicare a tutti i passeggeri che andavamo allo stadio, destinazione comune peraltro al 98% dei passeggeri. È la prima volta?, mi ha chiesto una signora. Sì, ho risposto. Sei emozionato? Gli ha chiesto. No, io allo stadio ci sono stato già due volte, ha protestato, arrampicato in bilico fra i sedili del 181. Ma sei mai stadio al Maradona? No, ad Avellino perché mamma aveva i biglietti e a vedere il Nottingham Forest. E allora allo stadio non ci sei mai stato, abbiamo decretato.
F. ha nove anni, le guance morbide e un padre juventino. Per il padre temo sia impossibile fare qualcosa, se non pregare per la futura salvezza della sua anima. Il fratello più grande di F. è agnostico, come la madre, meglio di niente. Il piccolo, invece, l’abbiamo recuperato. Nel portarlo al Maradona ci siamo sentiti come si dovette sentire la zia di una mia amica del liceo, che la rapì neonata per portarla a battezzare perché i genitori erano atei: stavamo salvando la sua anima.
Siamo scesi dal 181 e gli ho dato la regola numero 1, che poi è anche la 2, la 3 e fino all’infinito: la tua mano deve sempre stare nella mano mia o di Aldo (mio marito), che se ti perdiamo non ti troviamo più, ok? Ha dato la sua manina morbida – non quanto le guance, ma comunque morbida – ad Aldo e siamo andati verso l’ingresso.F. ha nove anni, le guance morbide e gli occhi azzurri.
Poco prima di uscire sugli spalti gli ho detto: «Adesso chiudi gli occhi e poi riaprili quando lo dico io». Appena fuori gli ho detto di aprirli. E io occhi così grandi non ne ho visti mai, si sono mangiati lo stadio, le luci, gli spalti, l’erba, tutto. Le immagini di Diego scorrevano per celebrare il suo compleanno, un paio di giorni fa, poi le note di James Senese, avvolti dall’applauso di migliaia di tifosi e F. non staccava gli occhi, continuava a mangiarsi tutto e poi, solo dopo un poco ha detto: «Oh. Wow. Lo stadio. La partita con voi. La pizza. È una serata perfetta».
Avrei voluto dirgli “aspettiamo di vedere come finisce”, ma ho preferito tacere e cercare i nostri posti.F. ha nove anni, le guance morbide e di guance morbide ce n’erano tante. Ci siamo arrampicati sulle gradinate della tribuna, scoprendo che non avevamo scelto solo noi Napoli-Como per portarci i bambini. Erano ovunque, così tanti neanche all’Edenlandia. Sembrava che ogni adulto dovesse avere almeno un bambino di riferimento, e forse se fossimo andati da soli ce ne avrebbero assegnato uno d’ufficio. In genere non amo i bambini di 9 anni allo stadio, perché sanno tutto e mi mettono in difficoltà, ma stavolta erano tanti, e piccoli, ce n’era una con i codini che ballava sempre che era una gioia per gli occhi.Vi dico la verità, io ho guardato soprattutto loro, la bimba che ballava, il biondino che diceva un sacco di parolacce, F. che continuava a mangiarsi il campo con gli occhi, anche perché la partita è stata, per dirla con F., «un pochino noiosa». È finita zero a zero, mi dispiace che non abbia visto neanche un gol del Napoli, sarebbe stato un esordio da tifoso ancora più memorabile. Ma deve pure capire che tifare per il Napoli è passione, dolore, sofferenza. E da questo punto di vista, sì, ha ragione lui: è stata davvero una serata perfetta.
Foto di copertina di Serena Venditto