Lo chiamavano Tyson di Mauro Valentini – edito da Armando Editore
Alcuni romanzi raccontano una storia. Altri custodiscono una geografia dell’anima.
Ci sono romanzi nei quali trovi l’autore nei suoi protagonisti. Poi ce ne sono altri, più rari, nei quali l’autore si nasconde altrove.
Per tutta la lettura di Lo chiamavano Tyson ho provato a riconoscere Mauro Valentini nei suoi personaggi.
Ho cercato con ostinazione la sua voce dentro i suoi personaggi, convinta che prima o poi uno di loro avrebbe tradito la presenza del suo autore. Pensavo di riconoscerlo nello sguardo di Tyson, nell’ironia amara di Pennello, in quell’umanità stropicciata che attraversa il romanzo con il peso di occasioni perdute e di destini già scritti.
E invece no.
L’autore non era lì.
Era altrove. Era tra le strade.
L’ho trovato nell’asfalto delle periferie romane. Abitava una Roma degli anni Settanta che non è semplice ambientazione, ma carne viva. Una città che odora di benzina e di pioggia, di sampietrini, di cortili e officine, di quartieri che sembrano educare i ragazzi alla sopravvivenza prima ancora che alla vita.
Ho trovato Mauro Valentini nei dettagli che molti lettori attraversano senza fermarsi. Nelle canzoni che affiorano come una colonna sonora della memoria. Nei fumetti consumati tra le mani di bambini che ancora non sapevano quanto sarebbe costato diventare uomini. Nel motorino Ciao che diventa simbolo assoluto della libertà possibile. Nei grandi calciatori dell’epoca, nei film che aprono lo sguardo su mondi lontani, nei piccoli oggetti della cultura popolare che finiscono per raccontare un tempo meglio di qualsiasi libro di storia.
È lì che l’autore si lascia incontrare.
Non attraverso ciò che dice. Attraverso ciò che ricorda. E forse è proprio questa la forza del romanzo.
E allora ho capito che i suoi personaggi non gli assomigliano.
Sono l’umanità che vive appena fuori dal cono di luce. Quella che ogni mattina combatte battaglie invisibili, inciampa nelle proprie debolezze, si perde senza fare rumore. Uomini e donne che non nascono cattivi, ma diventano il risultato delle ferite ricevute, delle occasioni mancate, dei silenzi, delle periferie interiori che nessuno vede.
Fausto Colasanti, per tutti Tyson, ha cinquant’anni e una vita in sospeso. La rabbia che gli ha regalato un soprannome da pugile gli ha anche impedito di diventare l’uomo che avrebbe potuto essere. Quando Mario “Bruschetta”, un amico d’infanzia riuscito a sfuggire alla periferia e diventato uno chef affermato, gli procura un lavoro come custode nella lussuosa Villa Azzurra del Commendatore Peroni, quella sembra l’ultima occasione per rimettere insieme i pezzi della propria esistenza.
Tyson sceglie come compagno di lavoro l’inseparabile Alcide, detto Pennello. Da quel momento il romanzo allarga continuamente lo sguardo: attorno alla villa si muove un’umanità fatta di piccoli delinquenti, immigrati, vigilanti, ragazze in cerca di un futuro diverso, figli di papà incapaci di trovare il proprio posto, uomini segnati dalla solitudine e dalla povertà. Ognuno porta con sé un desiderio, un errore o un’occasione mancata.
Le storie sembrano procedere indipendenti, ma ogni scelta, anche la più banale, finisce per incastrarsi con le altre fino a dare origine a una catena di eventi imprevedibili. Quello che nasce come un lavoro apparentemente tranquillo si trasforma così in un thriller dove il caso, le debolezze umane e il passato si intrecciano fino a un finale che lascia poche possibilità di riscatto.
Più che raccontare un’indagine o un crimine, Lo chiamavano Tyson racconta il destino di una generazione cresciuta nelle periferie romane: qualcuno è riuscito a fuggire, molti sono rimasti prigionieri del quartiere, dei propri limiti e del nome che la vita aveva scelto per loro.
Tyson non è soltanto un uomo.
È il simbolo di chi finisce per credere al nome che gli altri gli hanno cucito addosso. Quando il soprannome diventa destino, liberarsene è quasi impossibile. E il thriller costruito da Valentini accompagna il lettore dentro questa lenta trasformazione con un ritmo serrato, fatto di tensione, violenza e improvvise accensioni di umanità.
Ma sotto il noir scorre un’altra storia. Molto più antica. È la storia degli uomini che cercano disperatamente di appartenere a qualcosa.
Di essere riconosciuti. Di sentirsi finalmente a casa.
Forse è per questo che il personaggio che continuo a portarmi dentro non è Tyson.
È Pennello, compagno di sventura di Tyson, raccattato solo perché disponibile, non una vera scelta.
La sua sorte mi ha lasciato un dolore difficile da spiegare. Non tanto per ciò che accade, quanto per ciò che non accade. Nessuno riesce davvero a consolarlo. Nessuno gli restituisce quello spazio di tenerezza che io continuo a sperare fino all’ultimo. La sua fine rimane sospesa dentro una solitudine che non trova riscatto.
E proprio per questo diventa terribilmente vera.
Ci sono persone che nella vita scompaiono così. Senza una carezza finale. Senza qualcuno che raccolga i cocci della loro esistenza.
Pennello diventa il volto di tutti quelli che il mondo dimentica troppo in fretta. Per questo mi è rimasto nel cuore. È uno di quei personaggi che continuano a vivere nel lettore molto dopo aver chiuso il libro.
In mezzo a tante vite che si rompono una dopo l’altra, esiste però un piccolo varco nella luce. Ha il volto di Francesco Moretti.
È l’unico personaggio che sembra poter spezzare la catena. L’unico nel quale si intravede la possibilità di un domani diverso, di una storia d’amore capace di diventare anche una storia di salvezza. Non è un lieto fine, perché questo romanzo diffida dei lieti fini. È qualcosa di più fragile: una possibilità.
È una speranza discreta, quasi timida. Non invade il romanzo. Lo attraversa come una luce lontana che basta appena per continuare il cammino. Ed è proprio questa misura a renderla credibile.
Il resto è perdita. È il lento naufragio di uomini che si sfiorano senza riuscire davvero a salvarsi.
Per questo la dedica iniziale è molto più di una dedica.
“A chi ce l’ha fatta e a chi si è perduto.”
In quella frase è già scritto tutto il romanzo. Perché nessun personaggio viene giudicato. Nessuno viene assolto.
Tutti vengono semplicemente guardati con quella compassione profonda che appartiene soltanto agli scrittori capaci di amare anche le crepe dell’essere umano.
Alla fine ho chiuso il libro con una sensazione inattesa.
Non quella di aver letto un thriller, che pure lo è, e di grande efficacia, costruito con tensione crescente, colpi di scena e una struttura narrativa che tiene il lettore incollato fino all’ultima pagina. Ma sotto la superficie del noir scorre un romanzo profondamente poetico, che parla di appartenenza, di sradicamento, di identità e di seconde occasioni mancate.
Alla fine ti sembra di aver camminato accanto a un’intera generazione.
Di aver respirato la polvere delle sue strade.
Di aver ascoltato la musica che usciva dalle finestre.
Di aver sfogliato i fumetti, fatto un giro su uno Ciao, tifato per i campioni di un calcio che non esiste più.
E soprattutto di aver compreso che la vera protagonista del romanzo non è un personaggio.
È la memoria.
Perché la memoria è l’unico luogo in cui quelli che ce l’hanno fatta e quelli che si sono perduti continuano, ostinatamente, a vivere insieme.
Si ha dunque la sensazione di aver attraversato una memoria collettiva.
E quando un libro riesce a farti sentire nostalgia perfino di un tempo che non hai vissuto, significa che lo scrittore ha fatto qualcosa di molto raro: non ha raccontato un luogo.
Lo ha reso vivo.