Un sacco de monnezza. La morte di Pasolini e il futuro dell’Italia di Riccardo Lestini – SEED Selvatiche Edizioni
È il 2 novembre, il clima è mite come lo è spesso in questo periodo: “l’estate, fredda, dei morti” la chiama il Pascoli in una sua poesia: “Novembre”.
(…) Deve essere successo qualcosa di orrendo lì, sulla piana dell’Idroscalo, un tempo onore e gloria dell’aeronautica, trasformato in una terra fantasma di baracche e detriti, dove scaltri sottoproletari si sono ritagliati nel silenzio delle istituzioni la loro fetta di sopravvivenza. Qualcosa di terribile, indicibile forse, se il cadavere di un uomo può essere scambiato per un sacco de monnezza.
“Invece non era monnezza. Era un uomo morto”, ripeterà Sora Maria agli agenti e ai giornalisti. (…)
È da questa frattura dello sguardo, da questo errore iniziale, quasi percettivo prima ancora che giudiziario, che prende corpo il libro di Riccardo Lestini. Non una ricostruzione neutra, non un’inchiesta che ambisce alla chiusura del caso, ma un attraversamento: della scena del delitto, certo, ma soprattutto della scena più ampia in cui quel delitto continua a risuonare. L’Italia.
Pasolini diventa una forma di linguaggio nazionale: non un enigma da risolvere, ma una ferita che l’Italia continua a riaprire ogni volta che prova a raccontarsi.
Il libro di Riccardo Lestini si muove dentro questa ferita con una scelta precisa: togliere Pasolini dal mito senza consegnarlo alla neutralità. Nessuna agiografia, nessuna ossessione investigativa. Piuttosto, un gesto più scomodo: riportarlo dentro il rumore della storia italiana, là dove la verità non è mai pulita e le versioni non smettono di sovrapporsi.
“Un sacco de monnezza” è già, nel titolo, una dichiarazione di metodo. Non c’è protezione possibile, non c’è distanza estetica. Solo materia sporca, residuo, scarto. E proprio da lì Lestini costruisce una domanda che attraversa tutto il libro: cosa succede a un Paese quando uno dei suoi sguardi più lucidi diventa ingestibile?
Ed è qui che si apre il nodo più duro, quello che attraversa ogni pagina anche quando non viene esplicitato fino in fondo: la violenza simbolica dell’Italia su Pasolini, vivo e morto.
Vivo, Pasolini viene isolato con precisione chirurgica. Non censurato soltanto: reso spostato, eccentrico, continuamente fuori asse rispetto a un Paese che, mentre lo ascolta, lo neutralizza. Il suo sguardo viene tollerato finché resta marginale, finché può essere letto come eccesso personale, come provocazione, come deviazione intellettuale. È una forma di espulsione elegante: non lo si elimina, lo si rende inassimilabile.
E poi morto, lo stesso Paese lo riassorbe. Ma non lo ascolta: lo trasforma. Pasolini diventa icona, brand culturale, superficie di proiezione. Il corpo viene ritrovato e insieme riscritto. La sua voce, che in vita era stata scomoda perché irriducibile, diventa postuma perché finalmente addomesticabile.
È in questa doppia mossa, espulsione e sacralizzazione, che si consuma la violenza più sottile: quella che non distrugge il soggetto, ma lo rende utilizzabile.
Lestini non si abbandona al mito del profeta, ma non può nemmeno ignorare ciò che resta evidente: molte delle intuizioni pasoliniane non appartengono al passato, ma continuano a lavorare nel presente come diagnosi non ascoltate. L’omologazione culturale, la trasformazione antropologica, la perdita delle culture popolari non sono più ipotesi teoriche: sono paesaggi riconoscibili.
Eppure il cuore più vivo del libro non è nella sociologia, ma nella tensione tra corpo e sguardo. Pasolini è sempre corpo esposto, mai figura astratta. Un corpo che osserva e che viene osservato, senza mai trovare una forma di protezione definitiva.
E in questa esposizione c’è qualcosa di quasi mitico, ma non consolatorio. Come certe immagini che non si lasciano fissare.
Non è un simbolo spiegabile. È una soglia. La bellezza che non coincide con la sicurezza. La grazia che non chiede permesso. La vita che non si lascia ridurre a interpretazione.
Il libro di Lestini, nei suoi passaggi più riusciti, riesce proprio in questo: non chiudere Pasolini dentro una spiegazione, ma restituirne la persistenza. Il fatto che continui a disturbare il nostro modo di guardare l’Italia, anche quando crediamo di averlo già archiviato.
E forse è proprio qui che il discorso si chiude senza chiudersi: Pasolini come corpo che continua a generare visioni, e un Paese che continua a non sapere cosa farne.
Come se lo avessimo guardato troppo da vicino per poterlo davvero comprendere.
E troppo a lungo per poterlo davvero dimenticare.