Massimo De Matteo, noto attore di cinema, teatro, e televisione, sarà al fianco di Lina Sastri in “Assunta”, spettacolo in scena, in data secca, il 7 ottobre al teatro San Carlo. Lo abbiamo intervistato partendo da questo lavoro per poi spaziare tra i suoi prossimi impegni.
Che spettacolo è Assunta?
“Assunta” è un adattamento di Lina Sastri, con la sua regia e con la sua interpretazione di Assunta, della novella “Assunta Spina” di Salvatore Di Giacomo. È uno spettacolo di atmosfere, di pause, di momenti, accompagnati anche dal coro delle voci bianche del Teatro San Carlo diretto da Stefania Rinaldi. È uno spaccato della nostra città con tutte le sue bellezze, le sue tragedie quasi dicotomiche, ma necessariamente partecipanti alla sua essenza.
Che ruolo interpreta?
Io sono Ferdinando, il marito di Assunta, che si trova di fronte all’amante per una rocambolesca situazione, mal augurato diciamo incidente. Lina è superba nella regia, è molto esigente nella ricerca della naturalezza, della quotidianità ed anche della modernità. Lei ci ha chiesto molta naturalezza. E’ giustamente esigente. Con noi c’è Antonella Morea che interpreta il ruolo della vicina, impeccabile come sempre, straordinariamente vera, presente, insomma, una grandissima artista.
Che rapporto ha con la Sastri?
Lei già mi ha fatto interpretare il ruolo del padre nel suo film “La casa di Ninetta”, quindi ci conosciamo molto bene e da tanto tempo. Ho grande stima di lei, grande affetto, le devo molto perché considerato il suo essere esigente, avermi affidato il ruolo del padre per me è stato soprattutto un onore, poi una grande soddisfazione personale e artistica, e per questo personaggio posso dirle soltanto grazie.
Cosa sta preparando per la tv?
In realtà aspetto una risposta importante, ma a novembre, forse il 10, dovrebbe uscire la terza serie del “Il Commissario Ricciardi” che in molti attendono per le sue atmosfere. Questa sorta di fiction dal sapore anche molto storico che ci riporta in questa Napoli d’epoca. Il mio personaggio, l’ho amato tantissimo, mi piace questo uomo, questo padre, molto moderno. Credo che questi sentimenti, questi padri siano sempre esistiti e la dimostrazione è il fatto che molte signore, anche anziane, mi hanno scritto dicendomi: ”lei mi ricorda molto mio padre”; ciò significa che il sentimento, la delicatezza di questo personaggio, la sua sensibilità, la responsabilità, è il patrimonio di tutti i tempi.
A teatro sta riproponendo “L’ultima corsa di Fred” di Mario Gelardi e Giuseppe Miale di Mauro, che torna dopo venti anni e continua da avere un successo incredibile, che spettacolo è oggi?
Per me non è rifare lo stesso spettacolo, nel senso che ti accorgi che ti sei fatto grande, soprattutto quando c’è da raccontare, da evocare, da ricordare, il corpo più adulto, più vissuto, riesce ad esprimere meglio. Torna nella sua formazione completa, cioè con i tre musicisti Floriano Bocchino (pianoforte), Ciro Riccardi (tromba), Claudio Marino (batteria). Lo spettacolo ridebutterà al teatro Pasolini, di nuovo in mezzo al pubblico, proprio come è nato al De Poche, tra i tavolini di questo locale che si ipotizza di essere l’ultimo locale in cui si è esibito Fred Buscaglione. È un viaggio per me sempre molto emozionante. Da una parte mi ricordo un’epoca, un periodo, prima di partire per il primo spettacolo con la compagnia De Filippo ed è anche una verifica del percorso fatto.
E poi il suo luogo dell’anima il Théâtre de Poche, cosa fate in questo luogo per i giovani?
È il luogo dove torniamo sempre noi “patriarchi” Sergio Di Paola, Peppe Miale ed io, perché ci piace moltissimo, perché è un luogo dove i ragazzi vivono con grande serenità e consapevolezza l’idea di vivere in un luogo del quale sono anche essi padroni. Non ci piacciono i luoghi dove esistono i guru, che, secondo me, sempre deleteri, quindi il nostro è sempre.
I ragazzi devono avere un approccio libero e critico, nessuno deve approfittare delle loro voracità, della loro passione e fargli credere che quei fondamentali siano assolutamente sempre dei fondamenti, ma semplicemente una delle possibili visioni. È un teatro di grande libertà nella quale i ragazzi si trovano di fronte ad un’assunzione di responsabilità da parte dei loro docenti: il rispetto per i ragazzi, che vanno rispettati, non illusi, né traviati, non vanno ‘posseduti’.
Perché non programmate ogni anno la stagione al De Poche?
Non facciamo la rassegna tutti gli anni perché la dobbiamo seguire bene e quando non ci siamo per altri impegni preferiamo non farla. Il De Poche è anche il luogo, per noi, anche per me, dove si elabora uno spettacolo, dove possiamo riflettere sulle nostre cose, provare, capire se uno spunto, un’idea ha una possibilità di sviluppo.